Specchio dei tempi

rospo

Il tizio nella foto è un rospo. Bufo bufo o Bufo marinus e altre specie, classificate per la prima volta da Linnaeus nel 1758. Il suo corpicino contiene bufotenina, un alcaloide allucinogeno micidiale, utilizzato dalle streghe per la preparazione di unguenti e miscele utili al volo magico, il volo che cura.
E io il rospo devo ingoiarlo. Se, una volta digerito, i suoi alcaloidi si legheranno ad alcuni recettori del mio sistema nervoso, e volerò. Il rospo da ingoiare è il comportamento a etica zero, avuto dalla direzione de La Stampa, nei miei confronti. Anche se non sono certo l’unico, poiché blogger e giornalisti scontenti della büsiarda, non si contano nemmeno. Ovvero non si tratta di un rospo personale poiché non scriverò più sul giornale, questo francamente ha per me davvero un’importanza molto relativa. Si trattasse del Times o del Washington Post o, ancora, dello Yomiuri Shinbun giapponese, con 14 milioni di copie giornaliere, sarebbe un conto. Invece è, in fondo, né più né meno che un giornale di provincia importante perché storico, e con grandi firme, ma che senza dubbio ha visto tempi migliori. In ogni caso credo che il motivo per cui scrivo oggi solo sul mio blog, letto sì e no da una dozzina di persone, inclusi mio padre e mia zia, non sia dovuto solo a incapacità letterarie o giornalistiche, bensì anche a incapacità di adattamento alla servitù, alla sottomissione, alla rinuncia a dire quello che penso, come fanno invece praticamente tutti i giornalisti d’Italia costretti a lavorare sotto padrone. Padrone che, nella fattispecie, è la FIAT. Ma, se ne avrete la cortesia, lasciatemi raccontare perché dico tutto questo. Ho degli argomenti molto seri.
Dunque, il fatto che io sia afflitto da sindrome delle “palle eoliche” parte sì da quello che ho trovato un’offesa personale dovuta semplicemente a mancanza di etica ed educazione, ma finisce per portare a interessanti considerazioni sul livello delle relazioni umane di tutto un sistema di potere mediatico autoreferenziale, che bada solo ai fatti suoi e, naturalmente, a quelli di sponsor, padroni, amichetti e inserzionisti.
Il blog su lastampa.it me lo aprirono per risarcirmi (per così dire) del fatto che, grazie alle solite manovre poco etiche (questa volta del servizio marketing insieme a un tizio che ha un sito che si chiama photographer.it), rimasi tagliato fuori indebitamente dal portale de lastampa.it sulla fotografia. Fu una mia idea proporlo al servizio marketing del giornale. Nel mio blog ci ho scritto per cinque anni, senza riuscire, nonostante ripetuti tentativi, ad aprire un dialogo con la direzione. Lo trovo assurdo, poiché i blogger ospitati dal giornale potrebbero essere una vera risorsa. È chiaro che non è facile da gestire, ma d’altra parte ci sono molti modi di dirimere le relazioni umane.
Nel settembre scorso ho scritto questo articolo: Sconsolarte (vedi link) che, avendo disturbato poteri forti e amici della direzione, ha fatto sì che avessero la scusa per chiudere il mio spazio. La motivazione addotta è “incompatibilità con la linea editoriale”. A parte il fatto che sarebbe bello sapere qual è questa linea editoriale. Il punto è che la “linea editoriale” è una maniera scontata e light per dire che un giornalista deve scrivere quello che “serve” al giornale, senza rompere troppo le palle a destra o a sinistra. Ovvero la “linea editoriale” è quella che decidono i proprietari e gli sponsor e non la direzione “responsabile” (la cui vera responsabilità è quella di fare attenzione a non dare fastidio ai suoi proprietari), con conseguente quasi azzeramento della libertà di stampa. Per fortuna oggi esiste la rete. D’altra parte i giornalisti sgomitano e sbavano per scrivere in una testata importante, per indiscusse ragioni di prestigio e di visibilità. Anche questo è un mito da sfatare, per la semplice ragione che con l’indubbia acquisizione di prestigio si finisce con il vendere le proprie idee e perdere la libertà, dovendo stare attentissimi a non sforare la cosiddetta “linea editoriale”. Prestigio peraltro relativo in quanto l’immagine di numerose testate dai nomi altisonanti, costruito in decenni, quasi secoli, di storia, è spesso immeritata, essendo oggi fortemente compromessa da interessi finanziari, politici e di potere. Basti pensare che La Stampa è della Fiat, il Gruppo editoriale l’Espresso per più di metà di De Benedetti e per il resto di banche e finanziarie, mentre il Corsera è di Fiat per più del 20% e per il resto di altri nomi dell’industria e della finanza. Credete possa essere libera un’informazione messa così? Lo sanno tutti, ma sembra non ricordarsene mai nessuno. Senza contare che molti dei nemmeno 200.000 acquirenti de La Stampa, probabilmente nemmeno se lo chiede. Tanto per dare un’idea poi, Corriere della Sera ha venduto a settembre 2014 nemmeno 280.000 copie. Se si pensa che, per esempio, il New York Times ne tira oltre un milione, c’è da morire dal ridere. Non che il N.Y. Times sia certo una testata “libera”, ma la proporzione numerica da l’idea di come l’Italia sia nient’altro che un insieme di provincie con dei giornaletti locali. Italia Oggi ha nel web poco più di 23.000 contatti, roba che un bravo blogger polverizza come niente, mentre qualsiasi buona pagina di Facebook supera i centomila.
In Italia chi domina sul piano dell’informazione non sono i giornali, bensì le reti televisive.
Tornando alla mia vicenda, la direzione de La Stampa, che sa a malapena chi io sia, considerandomi, dal loro punto di vista correttamente, un nessuno tra tanti, come sono per loro dei nessuno la maggioranza degli altri blogger, mi ha liquidato come se non esistessi. Senza nemmeno peritarsi di cosa avevo scritto e non scritto per cinque anni, prima dell’articolo che aveva pestato i piedi ai loro amichetti che fanno soldi utilizzando denaro pubblico. E nemmeno di capire cosa faccio e non faccio, che se fosse anche il calzolaio sarebbe un’attività di tutto rispetto. Non gli viene nemmeno in mente che tutto questo materiale umano (passatemi il termine) potrebbe essere una risorsa che aumenta la diffusione e la audience, dando inoltre spazio alla pluralità dell’informazione. Oltre ad aprire le loro menti concentrate su carriere e audience. Ma d’altra parte nemmeno potrebbe fare niente, preoccupata com’è della “linea editoriale”, ovvero fare attenzione a non disturbare i loro padroni. Credono in cuor loro di fare scelte professionali e libere, mentre in realtà non fanno altro che i cani da guardia dell’organo dell’azienda di cui sono al soldo.
In uno dei miei tentativi di aprire un dialogo mi è stato persino detto che “il giornale non è una buca delle lettere per i cittadini”, come se per cinque anni avessi scritto sfoghi e cazzate varie come la cacca dei cani sul marciapiede. Mi sono offeso sul piano personale e in seguito ne ho ricevuto delle scuse. Chi me l’ha scritto lo considero tutto sommato in buona fede, ma la battuta la dice lunga sulla sua triste inconsapevolezza.
La mia principale attività si svolge sul piano umanitario, oltre che su quelli artistico e dell’informazione. I miei progetti (Para Ti e Unaltrosguardo) sono profondi e articolati e di livello internazionale. Se La Stampa non fosse un giornale ipocrita, si sarebbe potuto operare insieme per iniziative sia umanitarie che di informazione di alto rilievo, che avrebbero coinvolto anche il Brasile, dove opero con molti mezzi. La loro storica rubrica “Specchio dei tempi” ormai non è altro che uno specchietto per allodole ignoranti, e non è veramente rivolta a fare informazione umanitaria. Al contrario non sono nemmeno in grado di aprire un dialogo con chi, dal loro limitato punto di vista, non ha molto da dire. Pensano di sapere tutto solo loro. Mentre nel frattempo riempiono pagine e blog con paroloni quali “umano”, “amore”, “futuro”, “valori”. Nella realtà si tratta di un posto chiuso, vecchio e autoreferenziale, dove hanno posizioni di rilievo solo i figli di questo e gli amici di quell’altro. Oppure quei personaggi che hanno letteralmente “bisogno” di esistere sul piano mediatico, e hanno dedicato a questo tutta la vita. Nutrono il proprio ego con il loro successo mediatico e sono ossessionati dalla carriera. Soffrono se non riescono a conseguire posizioni sempre più importanti. Uno di loro, ai quali ho scritto con il cuore in mano, nella ulteriore speranza di aprire un dialogo, ha chiamato il giornale La Stampa “casa nostra”. La dice lunga. Da “casa nostra” a “cosa nostra” il passo è brevissimo, ma loro si presentano invece come i paladini della libertà, della verità, della lotta alla cultura mafiosa e dell’informazione giusta. Sono un sacco di balle. Alla fine questi figuri, che senza dubbio hanno anche i loro lati positivi, ci mancherebbe, mi fanno persino pena. Possono funzionare con un target tutto sommato poco informato e vittima della demagogia mediatica. Sono dei fasulli di successo, che sinceramente non invidio per niente. Un po’ degli sfigati di successo, se vogliamo.
Non mi resta di augurare loro di scendere a terra e osservare. Vedranno che in giro ci sono un sacco di situazioni interessanti che non sono solo la politica, il lavoro, la cronaca nera, le banalità che fanno fare tanti lettori, ma anche argomenti di nicchia di alto valore spirituale e umano, che varrebbe la pena approfondire. Chiunque in questi anni abbia dato un’occhiata al mio blog può rendersene conto. Altro che buca delle lettere.
Cari amici, di sicuro non mi faccio più illusioni. Spero solo si rendano che senza paraocchi, senza essere autoreferenziali e senza pensare solo a “casa nostra” e alla “famigghia”, si vive meglio. Provate a provarci, e vedrete quante vere opportunità di dialogo e apertura ci sono al mondo. Vi accorgerete che la vita è altrove, a grandi profondità, negli occhi e nelle anime delle persone comuni che per voi non sono altro che “lettori” e numeri di tabelle riguardanti la audience.
Tutto questo sì che è un vero “Specchio dei tempi”.

APPELLO

tela_bianca

APPELLO. Non tutti sanno che il prode quotidiano La Stampa ha censurato il mio blog unaltrosguardo. http://www.lastampa.it/Blogs/un-altro-sguardo
Reagire è francamente una rottura, ma non trovo giusto darla vinta a questo totalitarsimo dell’informazione. La Stampa è di proprietà della FIAT e la censura è dovuta a questo articolo che ho ripubblicato sul mio blog personale: http://www.unaltrosguardo.it/2014/09/sconsolarte.html.
La Stampa non ha perso occasione di danneggiare un operatore culturale tra tanti, per interessi economici di un tempio dell’arte-finanza come la Sandretto Re Rebaudengo (sono loro compari e usano soldi pubblici di Regione Piemonte e altre istituzioni, senza dare alcun appoggio ad artisti locali). Un vero “Specchio dei Tempi”, visto che il 95% delle mie attività è rivolta al settore umanitario e a valorizzare cultura below-the-line. Parlo spesso di artisti e creativi culturali di altissimo valore, ma poco conosciuti e poco celebrati dai media. Ma sembra che a loro non interessi affatto. Evidentemente, secondo loro, esistono operazioni umanitarie e culturali di serie A e altre di serie B. Nonostante i miei tentativi di migliorare la collaborazione con il loro portale, per 5 anni è stato un muro di gomma.
Alcuni amici di rilievo del settore artistico e culturale, mi hanno suggerito di chiedere, a chi fosse interessato a collaborare, se può inviare una mail con richiesta di spiegazioni al direttore Mario Calabresi. Inviarle direttamente le cestinerebbero. Chi crede può inviarla alla mia: unaltrosguardo@libero.it. provvederò a raccoglierle.
Potrebbe essere un sostegno importante alle azioni che già sto preparando per difendere non solo la MIA libertà di stampa, ma la libertà di stampa in generale. Ci sono molti altri blogger molto scontenti della gestione e delle relazioni con lastampa.it.
Per chi volesse inoltre leggere il tono sorprendente con cui hanno liquidato i miei 5 anni di collaborazione e il successivo carteggio può andare qui: http://www.unaltrosguardo.it/…/…/liberta-di-espressione.html
Non intendo darla vinta ai soliti che pensano di poter fare il bello e il brutto tempo, solo perchè hanno un’organizzazione colossale alle spalle, che peraltro li usa per automantenersi.
A CHI VUOLE DARE UNA MANO: GRAZIE

 

L’inferno di Cracolandia – Presentazione libro e proiezione foto

IMG_3328

Ho il piacere di collaborare ogni tanto con Padre Renato in Brasile. A volte viene a trovarci nella nostra ONG Para Ti a Rio de Janeiro, a volte andiamo noi da lui alla Casa do Menor, nell’inferno dei suburbi della metropoli. Ma alcune volte ci siamo incontrati in un inferno ben peggiore, quello di Cracolandia.
Cracolandia è la denominazione di quelle terre di nessuno, nelle periferie di città e metropoli brasiliane, dove si riuniscono i tossici di crack ad aspettare la morte, passando le giornate nel tentativo di rimediare qualche spicciolo per una dose. Il crack è una droga micidiale, molto peggiore dell’eroina, che da assuefazione dopo solo una assunzione, costa pochissimo ed è l’ideale per sterminare bambini, giovani, adulti e vecchi che il sistema ritiene inutili. Per comprare i cristalli di crack ci si prostituisce, si ruba, si uccide, si è disposti a fare qualsiasi cosa. In questo inferno senza speranze Padre Renato Chiera passa una giornata alla settimana, nel tentativo di recuperare qualcuno o solo di dare un po’ di conforto a gente totalmente dimenticata, anzi che ci si aspetta che sparisca presto dalla faccia della terra. A volte Renato riesce a tirare fuori qualcuno per il rotto della cuffia, ma succede di rado. D’altra parte, praticamente sempre, la sua presenza è di conforto a questi folti gruppi di disperati. E da un’altra parte ancora il suo lavoro gli permette di scrivere libri come questo, che rendono conto a chi se ne sta nel calduccio dei propri affetti e delle proprie case, cosa succede ai confini dell’universo sociale conosciuto. Sono a milioni le persone nel mondo sull’orlo del baratro, i cracudos sono fra questi. In ultima analisi si tratta sempre e soprattutto di persone carenti d’amore.
“Dall’inferno un grido per amore” è l’ultimo devastante reportage di Padre Renato. Contiene, tra le altre, anche alcune mie fotografie.
Lo presentiamo a Torino all’Istituto Universitario Rebaudengo in piazza Conti Rebaudengo, 22. Martedì 28 alle ore 18.00. In collegamento skype con Padre Renato a Rio de Janeiro.
PROIEZIONE MIO REPORTAGE SU CRACOLANDIA. E’ proprio il caso di dire: non sarà un bello spettacolo. Ma uscite dalla vostra fottuta indifferenza. Distogliere lo sguardo uccide anche te, cerca di smettere.
Aspettiamo tutti.

Le fotografie sono dell’autore e i soggetti ritratti sono consapevoli di essere fotografati, nel corso di una giornata dedicata a loro insieme a Padre Renato e ai volontari della Casa do Menor

IMG_3393

IMG_3341padre renato libro

Allucinogeni Sacri – Ayahuasca

Le piante psicotrope dell’Amazzonia nella miscela sacra dell’Ayahuasca per la cura spirituale e la discesa nello Spirito

DSC_4157

Tre premesse. 1. Non intendo minimamente fare apologia degli allucinogeni* (Vedi Nota). – 2. Non intendo fare il “piccolo antropologo” da bar o da salotto. – 3. Ho vissuto per la prima volta l’esperienza allucinogena con l’Ayahuasca in una cerimonia guidata da sciamani Huni Kuin, che ho avuto l’occasione di ospitare a casa mia a Rio de Janeiro. Sono un popolo antico di ricche tradizioni culturali che vive, in semplicità, di agricoltura e Scienza Sacra delle piante, nelle foreste dello stato amazzonico dell’Acre in Brasile. Ne parlo su questo blog in questo precedente articolo: Sciamanismo e Medicina Sacra. E avrò occasione di dare approfondimenti. È solo che mi piace condividere. La seguente dunque è solo la cronaca, seppur emozionale, di un’esperienza molto profonda, da me vissuta personalmente. Esperienza che entra a far parte di un mio attento e articolato cammino di ricerca spirituale, iniziato ormai decenni orsono.

Ho appena assunto una dose di uno dei più potenti allucinogeni che ci siano al mondo, e nessuno può farmi niente. L’Ayahuasca in Brasile, per usi rituali e religiosi, è perfettamente legale. Non è “solo” un allucinogeno, ma una miscela di Piante Sacre e di Potere che gli indios usano da decine di millenni per curare l’anima e per incontrare gli spiriti delle foreste*.

Sono giunto con tre amici sul luogo dell’appuntamento designato per il rituale con un po’ di anticipo. Chi partecipa per la prima volta viene accuratamente intervistato da due psicologi. La casa e il parco, prestati per l’occasione, nei quali si svolgerà il rituale sono spettacolari, ma veramente spettacolari. Una costruzione recente, dove una veranda dà andito a una enorme sala, vetrata su due pareti ad angolo. Dal centro si diparte una scala, circondata anch’essa da una vetrata, per i piani superiori. Il parco, enorme, sulle montagne sopra Rio de Janeiro, è mozzafiato.

Al rituale parteciperanno un’ottantina di persone, inclusi psicologi, medici e ricercatori del Giardino Botanico di Rio. È presente anche un assessore ai rapporti con le etnie indigene dello stato dell’Acre, dove vivono gli Huni Kuin. La cerimonia sarà guidata da sciamani di questo popolo antichissimo, a Rio per la presentazione di attività culturali e di un libro sulla Medicina Sacra, realizzato in collaborazione con un istituto di ricerca del Giardino Botanico, l’Università, e altri enti. Partecipano anche l’editore, con lo staff che ha collaborato con i professori della foresta per realizzare il libro, patrocinato dal Ministero dell’Ambiente e dal Governo Federale del Brasile.

L’assunzione dell’Ayahuasca è solenne. Si tratta di una bevanda contenente due diverse piante psicotrope della foresta amazzonica, che gli indios conoscono e utilizzano da migliaia di anni. In fila ci si avvicina agli sciamani, in abiti da cerimonia sontuosi e con meravigliosi diademi di penne multicolori, i quali versano il contenuto di una caraffa in piccoli bicchieri rossi. Io chiedo che me ne versino solo metà. Devo confessarlo, ho un po’ di paura, poiché è la prima volta che ne faccio uso, e gli effetti dell’Ayahuasca sono del tutto imprevedibili, essendo legati alla psicologia del profondo di ognuno.

Sono diversi giorni che i Pajé (gli sciamani) da noi ospitati, ci preparano all’incontro con gli spiriti. Capirò nel corso della notte il perché di molte cose, avvenute nei giorni precedenti.

Ci troviamo in una radura dello spettacolare parco. Ottanta persone in circolo, con un grande fuoco al centro. Mi avvicino al fuoco, con una coperta sulle spalle, fa abbastanza freddo. Aspetto, ma non accade nulla e dopo un po’ comincia a piovere, costringendo tutto il gruppo a spostarsi nuovamente all’interno della sala della villa. Dopo un po’ di trambusto si riprende. Luci soffuse e il gruppo di Pajé, uno accanto all’altro, davanti a una delle ampie vetrate, con la foresta sullo sfondo. Le piante ondeggiano e cominciano i loro canti. Come dei mantra, armoniosi e arcaici, ripetuti in continuazione. Sdraiato sotto una coperta passo dal sonno al dormiveglia e alla veglia, per diverse ore, perdendo la nozione del tempo, ma senza percepire alcun effetto particolare. La scenografia è assolutamente spettacolare, con i Pajé nei loro sontuosi abiti e con i diademi, i volti serafici che trasmettono un profondo senso di pace e di equilibrio, illuminati dalla luce delle candele. Decido di assumere una seconda mezza dose e vedere cosa accade. Poi mi sdraio di nuovo a terra per meditare.

È durante l’ultimo risveglio per osservare la scena meravigliosa e ascoltare i canti ai quali tutti partecipano che arriva la botta. Il diadema di uno di loro diventa improvvisamente tridimensionale. Nessun’altra visione particolare, ma l’atmosfera diventa strana. Molti nella sala stanno viaggiando, volando, in quello che i Pajé chiamano “Cammino Incantato”, il “Sogno che cura”. L’Ayahuasca porta gli uomini verso i segreti della Foresta, degli Spiriti, di se stessi e dell’Universo. È “Medicina Sagrada”, profondamente spirituale.

A un certo punto, davanti alla parete sulla mia sinistra, un giovane Huni Kuin, seduto e con una chitarra in mano, intona un canto, insieme ad altri ragazzi, Carioca, che fanno parte del gruppo di Santo Daime di Rio, che ha organizzato la logistica della cerimonia. Il Santo Daime è un movimento spirituale che utilizza l’Ayahuasca, ma si tratta di un culto sincretizzato con il cristianesimo e il Candomblé.

DSC_3753

Cantano parole di pace e di amore. L’atmosfera, di profonda unione, è straordinaria e dal quel momento le mie visioni diventano inarrestabili. Come essere su montagne russe psichedeliche, senza alcuna possibilità di pilotare, di fermarsi o di scendere. Sono in volo, e non ho altra scelta che lasciarmi andare. Capisco ora perché uno di loro mi ha detto qualche giorno prima che la guarigione è apertura, abbandono. Non ci sono altre strade. Capisco solo ora perché nei giorni scorsi Ibã, uno dei Pajé, mi ha messo un bracciale sul braccio sinistro e mi ha dipinto il braccio destro, ambedue recano simboli, tipo greche elicoidali, che nella loro cultura significano, tra le altre cose, semplicemente lo Spirito. “Ti daranno forza. È lo Spirito che ti ha agganciato, che ti assicura. Sarai figlio della forza.” – mi spiega Ibã. E in effetti è proprio quello di cui ho bisogno in quel momento, poiché le visioni sono al di là della mia capacità di sopportazione, discernimento e scansione. Devo metterci forza e coraggio. A occhi aperti è come se viaggiassi alla velocità della luce in un mondo che non è diverso da quello di prima, ma è incredibilmente più vivo e più profondo. Se chiudo gli occhi mi trovo di fronte la più incredibile sequenza psichedelica che si possa immaginare, in cui colori vivissimi si mescolano e si susseguono con figure di ogni tipo che non avevo mai visto prima e che non sono in grado di descrivere. Come infiniti filamenti che danzano in un universo di colori cangianti. Le visioni sono in relazione, mi dicono, a quello che ogni individuo ha nel profondo: dunque queste le trovo strane, poiché quanto vedo non riesco a metterlo in relazione con alcunché che abbia a che fare con la mia vita. È meraviglioso e, francamente, spaventoso al tempo stesso. Non so più cosa fare, cerco di controllare con le tecniche yoga la respirazione. Ma è difficile. Riesco solo a razionalizzare due cose. Nascondendomi il volto tra le mani, per sfuggire alle inarrestabili visioni a occhi aperti, la prima cosa che vedo è sì il buio, ma completamente diverso da come lo vedo di solito, ovvero una parete scura e basta. Questo buio, invece, è infinito e multidimensionale. Vedo come un tunnel a ogiva di infinite dimensioni che porta verso profondità di cui prima potevo solo sospettare l’esistenza. È a quel punto che comincio a piangere ininterrottamente. Sono commosso dalla semplice grandezza di quella visione assurda, ma anche dai canti e dal senso di unione con tutti. La sensazione è quella di aver intravisto con la coda dell’occhio, quella che potrebbe essere una vaga ombra di Dio. Sono seduto nella posizione del semi-loto. Quando riapro gli occhi ricomincia il volo ad alta velocità, pilotato, ormai lo so, dagli spiriti delle piante, per cercare di sfuggire al quale mi copro anche la testa con la coperta che ho portato. Ma è la coperta di una nonna, tutta traforata, e attraverso i buchi continuo a vedere la scena, con i canti, le luci e tutto il resto. Compare, da qualche parte, anche un occhio intelligente e di un azzurro intenso, che sembra sapere chi io sia, ma non mi giudica. Continuo a piangere, il creato è troppo grande, e arriva la seconda razionalizzazione. Ecco perché le persone si rotolano continuamente nel fango di miseria, politici corrotti, vuoti esistenziali, penosi attaccamenti, invidie, beghe di condominio, violenza e miserie umane. Perché, sebbene l’uomo sia programmato, come sosteneva il grande Paramahansa Yogananda, per incontrare Dio, ne ha il terrore assoluto. Non solo perché immenso, bensì anche perché sopportare l’amore assoluto richiede una forza inaudita, cosmica. Meglio le minuscole, piccole, certe pochezze quotidiane che vedere, avvicinare, affrontare anche solo lontanamente, gli ultimi sprazzi periferici dell’intelligenza universale assoluta, grandiosa, inimmaginabile e insondabile. Straordinariamente meravigliosa, ma anche assolutamente terrorizzante, praticamente insopportabile.

A quel punto comincio a sentire freddo, ma non quello che oggettivamente è presente in sala, di più, molto di più. Il freddo totale, cosmico, assoluto, che mi viene da dentro ed esce fuori, attraverso la sommità della calotta cranica. Decido di accettare l’aiuto offertomi poche decine di minuti prima da un ragazzo sdraiato di fronte a me, uno degli assistenti. Mi avvolge nella sua coperta e mi abbraccia. Ricomincio a piangere senza freno e dopo pochi secondi ci sono quattro persone intorno a me a sostenermi in un passaggio veramente difficile. Continuano le inspiegabili visioni e il freddo continua a uscire dalla testa, ed essere senza troppi capelli non aiuta di sicuro, così mi offrono di mettermi un cappello che mi avvolge tutta la testa. Devo risultare una delle visioni più comiche di tutto il viaggio collettivo, ma io continuo a piangere, fino a singhiozzare, come se qualcosa volesse uscire da dentro di me, per sempre. I due ragazzi e le due ragazze che ho di fronte e vicino mi stringono le mani e le braccia. Una di esse mi mette nelle mani una pietra e mi dice di stringerla. Non so quanto duri tutto questo, ma alla fine sono esausto. Vorrei crollare sdraiato, ma così riprende il volo inarrestabile. Cerco di resistere e lentamente riesco a riprendere un po’ di controllo. Dopo molto tempo tutti si alzano in piedi per un canto collettivo e riesco a farlo anch’io. La cosa strana è che, anche prima, durante le visioni, avrei potuto alzarmi come se niente fosse e andare in cucina a mangiarmi una banana, per poi ripiombare nel volo cosmico, senza controllo.

DSC_3835

Mi sento meglio, e come liberato. Mi aggrego al cerchio di persone che, tenendosi per mano, canta insieme agli indios che sono di fronte, illuminati dalla luce delle candele. Quelli di fronte al cerchio sono in sette e altri sono sparsi per la sala. Sono meravigliosi da vedere e, quando pensavo fosse tutto finito, i loro volti e le loro fisionomie iniziano a cambiare. Diventano sette vecchi dai capelli lunghissimi, sette antenati dai volti antichissimi che ballano e cantano. Rimango esterrefatto, ma dopo un po’ cambiano ancora e diventano sette spiriti ancestrali, come maschere africane di spiriti senza tempo, veramente arcaiche, come provenienti da un tempo senza inizio, ma vive e che cantano e ballano. Una visione veramente sconvolgente, che dura diversi minuti. Più tardi Ibã mi spiegherà che la discesa degli ancestrali è proprio ciò che avviene. E un altro dei Pajé mi spiegherà che le parole delle musiche, non sono parte della lingua Huni Kuin odierna, ma antichissime e parlano di pace, unione, fratellanza e amore, tra gli uomini, con la Foresta Sacra e con gli Spiriti. Mentre le musiche stesse non sono composte, bensì già esistenti da millenni e tramandate da generazioni di maestro in discepolo. Il primo maestro, sostengono, ma non come se fosse una leggenda, bensì un fatto storico accaduto, è Jiboia, l’Anaconda, animale sacro delle foreste. Le spirali che ho dipinte sul braccio destro rappresentano lo Spirito, l’Anaconda, il serpente primordiale, ma anche (forse, ipotizza qualcuno) il kundalini e l’elica del DNA.

I canti durano ancora fino alle quattro del mattino, in un’atmosfera di sacralità, pace, unione e armonia meravigliose. In sala ci sono molti viaggiatori astrali esperti, che da tempo seguono il cammino incantato delle Piante Sacre. Non sempre le esperienze presentano componenti sgradevoli, possono essere delle nature più variate, rimanere profondissime, ma più controllate, può anche non accadere nulla. In linea generale, mi spiegano i Pajé, proseguendo sul cammino della Visione, si impara a “volare” serenamente, apprendendo gli insegnamenti dello Spirito, osservando la profondità della propria vita, aprendosi alla guarigione dell’anima, scandagliando il passato e il futuro.

Si termina con i ringraziamenti dei Pajé e di tutti. In tutta sincerità, dovessi individuare elementi fondamentali di questa mia esperienza, che ritengo straordinariamente profonda, sono l’amore, l’unione e la ricerca della verità. Tutto il resto sono strumenti funzionali a questo. Si tratta di un cammino sacro, non certo l’unico (come lo sono la meditazione orientale, la recitazione di mantra e di preghiere e altre pratiche spirituali), ma degno del più profondo rispetto. Di certo non è un’esperienza allucinogena tout-court da tardivi figli dei fiori. Per me si è trattato di un’esperienza spirituale e profondamente mistica. Sono grato ai maestri delle foreste antiche, di tutti i continenti, e credo che la speranza di tutti, anche di quelli che non lo sanno, sia quella che le loro tradizioni sopravvivano per illuminare l’arido cammino della nostra funzionale civiltà tecnologica (anche se senza dubbio utile e meravigliosa), aliena alla natura e assente allo spirito. In pochi giorni della scorsa settimana il mondo intero ha visto ulteriori stragi, aerei abbattuti, ancora omicidi e violenza senza fine. Possano gli Spiriti ancestrali delle foreste antiche aiutare tutta l’umanità a ritrovare il cammino incantato perduto.

Per ulteriori info e contatti:

https://www.facebook.com/maurovillone

unaltrosguardo@libero.it

Nota*: Gli allucinogeni sono innumerevoli, ma quelli più usati per scopi sacri e più potenti sono principalmente il Peyote, l’Ayahuasca, due specie di Datura, l’Iboga, la Segale Cornuta, alcune specie di Psylocibe e l’Amanita Muscaria, il fungo sacro. L’Ayahuasca è una miscela delle piante Kawa (Psychotria Viridis) e Hunì (Banisteriopsis Caapi). È legale in certi stati, come in alcuni posti il Peyote e in altri la Marjuana e l’Hashish, solo per usi sacri e rituali. D’altra parte la sua diffusione come droga quotidiana sarebbe molto difficile, visto gli effetti del tutto sconvolgenti. Sarebbe come pensare di assumere, in Europa, l’Amanita Muscaria, il fungo delle streghe (quello rosso a puntini bianchi per intenderci), come se niente fosse, il che è fuori discussione, viste le difficoltà a controllare il viaggio, per non dire le dosi corrette. Sono piante per la cura sacra spirituale e fisica. Inoltre tutte queste droghe è del tutto vietato, sul piano legale, assumerle al di fuori dei contesti sacri e assolutamente pericoloso farlo senza guide espertissime. Oltretutto si tratta di Piante Sacre e sarebbe una profanazione usarle solo per divertimento.

Io, Mauro, in uno scatto di Lidia Urani

Io, Mauro, in uno scatto di Lidia Urani

Stati modificati di Coscienza

DSC_4178

LO PUBBLICO ANCHE QUI. ANCHE SE STO CERCANDO DI MIGRARE SU http://www.unaltrosguardo.it

Da moltissimi anni sono molto interessato e coinvolto nello studio degli stati modificati di coscienza. Preferisco chiamarli “stati modificati” anziché “alterati” per la semplice ragione che quest’ultimo aggettivo presuppone intrinsecamente una leggera connotazione negativa. Mentre stati modificati secondo me rende maggiormente l’idea di una variazione, spontanea o indotta, dello stato di coscienza. Si parla anche, nei casi più estremi, di “stati di allucinazione” e “stati di trance”, quando la modificazione porta alla percezione, sempre più forte, di altre realtà oppure di cose inesistenti.

L’argomento è ben poco conosciuto, nonostante tutto. Nonostante siano passati quasi 70 anni dalla scoperta dell’LSD e siano stati fatti innumerevoli studi riguardo al tema degli stati modificati in genere, si sa ancora poco su di essi, anche perché l’argomento non può essere trattato come qualcosa a sé, bensì deve essere riferito a quello che è in generale la coscienza nel suo insieme, anche quando non sopraggiungano modificazioni. Lo psicologo Charles W. Tart, della Stanford University, parla nei suoi lavori di stati modificati rispetto a uno stato di coscienza di base preso convenzionalmente come punto di riferimento. Egli stesso spiega chiaramente due cose. In primo luogo come non si possa parlare di stato di coscienza, per così dire, normale, ma si possa solo pervenire a stabilire quale sia uno stato di coscienza di base, dal quale partire per indurre modificazioni. In secondo luogo spiega come tali modificazioni possano essere solo di natura “discreta”, ovvero procedano a piccoli salti, come dei gradini di cambiamento da uno stato all’altro. Come avviene per gli stati energetici delle particelle subatomiche e per la distribuzione di massa nell’universo, che non sono continui, ma, per l’appunto, discreti.

Il tema in oggetto è stato più volte affrontato da studiosi, dalla letteratura, dai media, ma tutto sommato è ancora molto poco conosciuto, anche se fa ampiamente parte della storia dell’uomo. Stati modificati, soprattutto legati a credenze e religioni, sono descritti da libri antichissimi, soprattutto sacri o religiosi, come i Veda, la Bibbia, il Popol Vuh e molti altri. La disciplina dello yoga e le discipline psico-spirituali in genere sono proprio basate sulla ricerca scientifica della modificazione della coscienza. Questo accade proprio perché è del tutto intuitivo il fatto che, per percepire realtà più profonde e supernormali, non è sufficiente agire con i normali strumenti della coscienza di veglia più o meno accettata come quella standard. Occorre riuscire ad espanderla per poter percepire qualcosa d’altro. Uno dei dibattiti più accessi dalla notte dei tempi ad oggi è se questo qualcosa sia di natura reale oppure no. Naturalmente questo dilemma se ne trascina dietro un secondo immediatamente. Ovvero: cos’è la realtà? Cosa possiamo definire come realtà?

Mentre impazza la polemica che forse potrà pervenire e una soluzione o forse no, una cosa che chiunque può fare è la sperimentazione personale. Con lo yoga, la meditazione profonda, la meditazione trascendentale, ma anche con la danza, il teatro e mille altre discipline.

Gli stati modificati, in ogni caso, sono generalmente considerati dall’opinione pubblica, standardizzata e nutrita di disinformazione televisiva e altre droghe tecnologiche e mediatiche, come un tabù, qualcosa da cui stare alla larga. Specie se questi stati modificati sono indotti da droghe di vario genere.

E qui entriamo nel delicato e in uno dei temi più controversi e misconosciuti degli ultimi due secoli.

Baudelaire e i suoi amici, riconosciuti dalla letteratura ufficiale come grandi scrittori, non fumavano l’hashish, bensì lo ingerivano. Con questo tipo di assunzione gli effetti perdurano più a lungo. Erano forse i primi, nella società occidentale moderna, a fare uso di droghe, in aperta polemica con gli standard dei benpensanti dell’epoca. Tutte le altre occasioni passate nelle quali si utilizzavano stupefacenti erano legate a culture che le accettavano normalmente come facenti parte dell’insieme di usanze e comportamenti. Questo vale per le civiltà antiche di Roma e della Grecia, dell’India e molte altre. Lo stesso vale per le sostanze utilizzate dalle streghe, ancora in epoca storica, come la Datura, l’Aconito, la Belladonna e il Giusquiamo, che erano legate a precedenti culture (come per esempio quelle celtiche e nordiche) sopraffatte e spazzate via da quella occidentale. Al di là dell’utilizzo di droghe, in queste culture, la modificazione dello stato di coscienza era vista come normalissima e per lo più legata alla ricerca spirituale e all’afflato religioso. Solo nella nostra cultura occidentale tale ricerca viene vista come il diavolo ed è ufficialmente repressa e perseguita.

DSC_3833

La ragione è semplicissima: modificare lo stato di coscienza permette di allargare la propria visuale e di osservare le cose da punti di vista differenti. Permette inoltre di percepire realtà diverse che spesso mettono pesantemente in discussione tutta l’impalcatura sulla quale si regge, malferma, la traballante costruzione schiavista della civiltà occidentale. Una delle prime cose ad essere vietate in qualsiasi regime totalitario, di destra, di sinistra, di sopra e di sotto, sono sostanze stupefacenti e movimenti spirituali, a meno che non si conformino al potere costituito e gli tengano bordone. Come, per esempio, la chiesa cattolica con il fascismo e lo shintoismo con il governo di destra giapponese dello stesso periodo.

La repressione, paradossalmente, è ampiamente aiutata dai produttori e spacciatori di droghe sintetiche, come cocaina, morfina, eroina, ecstasy, crack, colle e altre schifezze simili, continuamente aggiornate o inventate. La spaventosa diffusione di questi veleni è dovuta principalmente a una enorme richiesta. Richiesta amplificata da un altrettanto enorme disagio, ma che parte da una necessità, probabilmente innata nell’esser umano, per l’appunto di modificare lo stato di coscienza. Tale necessità, misconosciuta o comunque repressa, ha portato nei decenni alla situazione spaventosa che vediamo oggi. Ovvero milioni di persone dipendenti da sostanze chimiche di sintesi, che non fanno altro che aspettare la morte dopo aver passato una vita di fallimenti dopo fallimenti, ma soprattutto all’insegna di una totale mancanza di amore.

Se ci fate caso spacciatori e luridi mafiosi  e narcotrafficanti vari fanno i loro business solo ed esclusivamente da droghe sintetiche. Sostanze di sintesi come la cocaina e l’eroina, che derivano sì in origine da piante come la coca e il papavero, ma che sono del tutto manipolate. Unica eccezione la marijuana, anch’essa però ultimamente abbondantemente manipolata. Gli allucinogeni potenti non hanno un mercato nero parallelo, poiché sono troppo impegnativi e non si possono assumere solo per divertimento. Le droghe comunemente spacciate sono perlopiù narcotici o stimolanti e non allucinogeni.

Ai cervelli totalitari questa situazione fa molto comodo, poiché possono additare un folto gruppo di persone come i drogati cattivi da sterminare e dei quali non seguire l’esempio. Mettendo in tale calderone chiunque assuma qualsiasi sostanza. Senza peritarsi di approfondire e capire che ci sono differenze profonde. Anziché peritarsi di capire per quale ragione tanta gente provi disagio, cerchi di fuggire chimicamente oppure cerchi, maldestramente, di esplorare le infinite possibilità della coscienza, oppure faccia della seria ricerca psico-spirituale.

Anche un ghiro alcolizzato si rende conto che assumere intrugli chimici velenosi sia assurdo. Purtroppo questo accade poiché chi ha bisogno di aiuto viene abbandonato a se stesso da questo sistema di merda ed essendo le droghe vietate, punto e basta, si lascia in totale balia della delinquenza comune o organizzata la loro produzione e distribuzione. I risultati li conosciamo tutti: veleno, morte, violenza, miliardi per produrre altra violenza, prostituzione, armi, ulteriore controllo, addirittura inquinamento pesante di quello che potrebbe anche essere un sistema capitalista sano. Un sistema perfetto per chi vuole controllare con la violenza e la paura tutta la situazione.

In tale sistema l’impiegato e il dirigente benpensanti fanno la loro grossa parte, voltandosi per non guardare o additando i cattivi e crogiolandosi nel loro ben-essere fatto di altre droghe come la televisione, le auto e il calcio, che loro non percepiscono come tali, ma come chissà quali figate.

In ultima analisi, spesso, le persone che hanno disagi o semplicemente cercano amore o solo di capire di più sul senso della vita, rimangono soli. Ma disgraziatamente per il potere economico-culturale che l’ha messa nel culo a milioni di persone per decenni, le cose oggi stanno cambiando. Sono ormai numerosi in tutto il mondo i gruppi di ricerca culturale, sociale, spirituale, che si stanno dimostrando in grado di far fronte a questa situazione disperata e di cambiarla.

DSC_4157

In tale contesto si inserisce anche il tema sostanze/modificazione della coscienza. Si tratta di un tema ancora tabù per gran parte della popolazione. Per tale ragione sto scrivendo queste righe, per dare il mio contributo personale.

Anzitutto la prima osservazione da fare è quella relativa a quanto già sottolineato sulla differenza sostanziale tra sostanze stupefacenti di sintesi e altre naturali. È fondamentale. Le sostanze di sintesi sono perlopiù veleni prodotti per essere venduti e fare business sulla salute degli altri. Mentre le sostanze stupefacenti e allucinogene naturali sono prodotte dalla natura e la loro esistenza è oggi ancora tutto sommato un mistero. Per mettere subito le mani avanti e non perdere tempo poi con obiezioni banali, dico subito che sì è vero, anche il curaro e la cicuta sono naturali e uccidono. Grazie al cazzo. Anche lavorare come uno schiavo tutta la vita fa venire il cancro, ma non per questo il lavoro in sé è qualcosa di negativo. Anche l’ingestione di esagerate quantità di cibo o acqua può uccidere. E guardare la televisione e i videogiochi per molte ore al giorno manda completamente fuori di testa. Quindi, in buona sostanza, per cortesia, lasciamo perdere tali obiezioni poiché il punto è cercare di capire come stanno le cose. E dunque una cosa sono i veleni sintetici prodotti per fare business, altra cosa sono piante e erbe, utilizzate da tempi immemorabili, anche per produrre stati mistici.

Da tempi immemorabili culture antichissime, come quella dei Veda  per esempio, spiegano come fare a modificare la coscienza, per percepire l’essenza dell’universo più profondamente. Lo yoga, il controllo della respirazione, la meditazione sono alcuni di questi strumenti. Altrove si usano altre pratiche e, sempre da tempi immemorabili, in Europa, in Asia e nelle Americhe, sono state spesso utilizzate piante psicotrope di varia natura.

Ora, mettere subito in competizione, alla maniera occidentale, lo yoga e il peyote, a mio parere non serve a nulla. È chiaro anche a un topo morto che ingerire sostanze possa essere mediamente più pericoloso che controllare il respiro, ma è anche vero che non è troppo logico liquidare come “negativo” un sistema che viene utilizzato da millenni, spesso con risultati quanto meno interessanti.

Gli allucinogeni utilizzati per scopi spirituali, mistici o religiosi, non hanno niente di sintetico, sono del tutto naturali. Si tratta di piante e funghi, diffusi nelle foreste tropicali e delle zone temperate, dotate di proprietà psicotrope che non sono casuali. Ovvero alcune delle sostanze chimiche che le compongono sono adatte a legarsi con specifici recettori del sistema neurologico umano. Tale legame talvolta può causare una modificazione della coscienza, allucinazioni, stati di trance e mistici.

Prima osservazione: perché questo avvenga è ancora un mistero.

Seconda osservazione, utile per evitare di nuovo perdite di tempo e anticipare osservazioni ridicole di chi ha idee rigide. Una delle osservazioni più stupide che vengano fatte è che le popolazioni del passato inclini al misticismo e a una visione più olistica della vita si siano estinte e non siano state competitive. Niente di più falso. Nonostante la colonizzazione barbara degli europei le antichissime culture come quelle dell’India e dell’Asia in generale non solo sono sopravvissute, ma sono oggi addirittura all’avanguardia nella visione dell’universo. Sono grandi studiosi come Fritjof Capra che hanno sottolineato la convergenza tra antiche concezioni Vediche e fisica quantistica. Nonostante lo sterminio perpetrato da spagnoli e altri popoli europei violenti, e nonostante la distruzione di un patrimonio culturale immenso e antichissimo, le culture mesoamericane non solo influenzano ancora oggi il mondo, ma gruppi indigeni più o meno grandi sono riusciti a sopravvivere, salvando persino costumi e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. E poi non ci vuole una laurea in storia per rendersi conto che anche i grandi greco-romani si sono estinti. E allora? Sono i normali cicli storici, come potrebbe confermare un Toynbee qualsiasi.

Tra queste popolazioni ve ne sono diverse che, per entrare in contatto con le profondità di se stessi, con l’universo e con l’infinito, utilizzano sostanze psicoattive. Come migliaia o forse decine di millenni orsono siano giunti a conoscere queste proprietà delle piante e a utilizzarle in maniera corretta, è un altro mistero, che sarà oggetto di una mia prossima trattazione. In ogni caso ci troviamo di fronte a una tecnologia botanica e farmacologica di altissimo livello proveniente da chissà dove e sviluppatasi in tempi antichissimi. Fatto sta che la conoscenza delle piante, dei minerali, persino degli animali, del vento e di altri elementi naturali per la cura delle persone sul piano fisico, spirituale e della coscienza, di queste persone è profonda e grandissima. Così grande, lo dico a beneficio degli appassionati della pericolosissima razionalità, da interessare professori emeriti di biochimica, farmacologia, botanica e fisica quantistica delle migliori università del mondo. Come per esempio, tanto per citarne un paio, Richard Evans Shultz, eminente biologo dell’Università di Harvard, e Albert Hoffman, scienziato ricercatore della Sandoz di Basilea, scopritore dell’LSD nel 1938. Scrissero insieme, tra l’altro, il volume “Allucinogeni e Cultura”.

Per una serie di eventi sincronici dei quali non solo non mi stupisco più, ma che addirittura ormai riesco in parte a vivere attivamente, sono entrato in contatto a Rio con una delle popolazioni più strutturate in questo senso, anche se non sono certo i soli: gli Huni Kuin.

Si tratta di una popolazione che vive nelle foreste dello stato amazzonico dell’Acre, in Brasile, al confine con il Perù. Oggi sono più di tremila e il vasto territorio nel quale abitano è di loro proprietà. Sono portatori di una cultura antichissima, in parte misteriosa, che si perde nella notte dei tempi e che è molto ricca. Artigiani sopraffini e artisti. Molti di loro suonano, cantano, dipingono, modellano, creano. Essendo parzialmente in contatto con la cultura occidentale sono in grado di creare un ponte di scambio creativo interessante, cercando di fare attenzione a non distruggere le tradizioni. Oggi alcuni di essi sono laureati in diverse discipline, altri sono anche fotografi e videomaker di livello e altri ancora rappresentano presso gli enti politici federali, la loro tribù. Ma quello che è l’aspetto più interessante è la conoscenza straordinaria dei misteri delle piante, sia per scopi medici e farmacologici che spirituali. Sapienza così profonda e seria da interessare l’Università e il Giardino Botanico di Rio de Janeiro, il Governo Federale e altre università di tutto il mondo, e persino gli esponenti brasiliani della chiesa cattolica.

Sono stato testimone dell’incontro tra una delegazione di sciamani Huni Kuin e i dirigenti dell’Istituto di Ricerca del Giardino Botanico di Rio. Incontro nel quale si è sancito, tra le altre cose, l’intento di collaborare per la ricerca in futuro.

Gli Huni Kuin, insieme al Giardino Botanico, hanno realizzato un libro, fotografico e di testo, dove vengono illustrate le caratteristiche botaniche e gli usi terapeutici di centinaia di specie tropicali. Una grande vittoria e un grande riconoscimento per questo popolo e per tutte le altre popolazioni indigene, che loro potranno aiutare per un futuro prossimo riscatto. Perché non sono certo i soli. Le popolazioni indigene presenti sul pianeta che non hanno ancora perduto la loro sapienza sono per fortuna ancora abbastanza numerose. Si può fare molto.

Ma quello che degli Huni Kuin è affascinante è il loro profondo equilibrio, la loro serenità e, soprattutto, l’amore. Quello che hanno per se stessi, per la foresta, per gli altri, per gli spiriti. Non si tratta di qualcosa di affascinante per hippy vagamente sognatori e nostalgici, bensì dell’osservazione della loro concreta capacità, ormai collaudata da millenni di vivere in armonia e, oggi, vivere in equilibrio tra due mondi, quello indigeno e quello tecnologico.

Tra le loro caratteristiche si trova un forte misticismo, come lo si può trovare in molte popolazioni indigene. Hanno una forte spiritualità che vivono in serenità e condividono continuamente all’interno delle loro tribù, ma anche con gli occidentali con cui vengono in contatto. In poche parole danno la sensazione di essere tutt’altro che poveri indios perdenti, ma persone molto ben radicate a terra, concrete, che badano all’agricoltura, all’artigianato e al commercio, ma anche alle terapie fisiche e spirituali. Al tempo stesso sono capaci di sognare, di volare, di comunicare con gli spiriti, a livello sorprendentemente profondo. Per fare tutto questo utilizzano la meditazione e l’amore, ma anche le piante, che conoscono e utilizzano da migliaia di anni. L’inizio di questa conoscenza si perde nella notte dei tempi e della leggenda.

DSC_4150

In particolare utilizzano il succo di due piante allucinogene Kawa e Hunì, conosciute dalla tassonomia occidentale come Psychotria Viridis e Banisteriopsis Caapi. Come si sia pervenuti millenni orsono a scoprire che le due piante andavano miscelate (per ragioni, sa oggi la scienza occidentale, di carattere biochimico) rimane un mistero. Gli Huni Kuin dicono che tutto quello che sanno sulle piante è tramandato da nove milioni di anni di generazione in generazione e che il primo maestro degli antenati arcaici fu Jiboia, l’Anaconda Sacro. Su queste tematiche di ordine mitico e cosmogonico tornerò in futuro con altri scritti, poiché sono troppo complesse e ci porterebbero ora troppo lontano.

Quello che interessa sapere è che non si tratta affatto di quattro indigeni sballoni disperati, bensì di popoli con una fortissima identità, un passato antico, solide radici, una sapienza profonda e nei quali si trovano anche persone che sono state in grado di andare a insegnare in università occidentali. Questi ragionamenti valgono per numerosi altri popoli.

Questo genere di persone, abituate a vivere nella foresta, immerse nelle piante, ha un rapporto con esse e con la natura, estremamente profondo e articolato. Frequentandoli potrei dire di aver avuto la sensazione che, in qualche modo, siano essi stessi, in parte, delle piante. Sono clorofilliani. Hanno nell’aspetto spesso qualcosa che ricorda semi, arbusti, radici, petali. Credo che l’uomo occidentale, dipendente dalle piante né più né meno che come tutti gli altri, visto che anch’esso si ciba di semi (il pane, il riso), radici (le patate), frutti e ortaggi, debba recuperare il rapporto non solo con se stesso e la natura, ma anche con il mondo vegetale in particolare. Le piante non sono solo cibo, ma anche rimedio, abiti e rifugio. Con le piante si fa tutto, incluso nutrire gli animali che alla fine danno latte e carne. Per un occidentale ormai tutte queste cose non sono altro che prodotti di un supermercato o di un negozio, ovvero la “coscienza” di che cosa sia ciò che mangiamo o usiamo per vestirci è ormai ridotta quasi a zero. Per un indigeno le piante sono amici, spiriti che ci indicano la via, alleati, entità da amare. Fra queste anche quelle che chiamano le “piante del sogno”, le quali possono stimolare sogni speciali o le piante sacre del “cammino incantato”, che possono portare in volo a “vedere” l’universo e la propria vita in modo diverso.

Alla luce di tali considerazioni ho sperimentato su me stesso la miscela sacra delle due piante Kawa e Hunì: l’Ayahuasca. Ho vissuto un’esperienza interessante e profonda che ho raccontato perché amo condividere e lo ritengo proficuo sul piano culturale e umano. Il racconto si trova a questo link: Allucinogeni sacri – Ayahuasca.

Al di là di ciò, tutto quanto riguarda l’esplorazione della mente, della coscienza, della psiche è ancora all’inizio. Si stanno recuperando antiche tradizioni allucinogene, ma si usano ormai da decenni lo yoga, la respirazione, e altre pratiche. Credo che l’obbiettivo non siano certo lo sballo, o solo il recupero dello stress o il rilassamento, bensì la ricerca di una nuova coscienza, più espansa. Una coscienza che tenga conto di quelli che sono i veri obbiettivi e significati della vita umana, che non sarò certo io a enumerare, ma che mi permetto di ipotizzare non siano la competizione, il conflitto, il possesso e la sopraffazione. Queste ultime sono nient’altro che la vera barbarie. La vera società barbara è quella occidentale odierna, che senza dubbio ha prodotto cose positive come la chirurgia, internet, l’attenzione ai diritti umani, il land-rover e la pizza, ma pagando un prezzo altissimo in termini di devastazione del territorio, della natura e, soprattutto, di vite e anime umane. Nel complesso, sebbene si siano ottenuti in vari campi risultati ottimi, siamo al fallimento in termini di vero “ben-essere” e letteralmente nei pasticci per quanto riguarda una serie di problemi quali l’estinzione di diverse specie, la depauperazione delle risorse e del territorio, l’equilibrio naturale. Abbiamo vinto il vaiolo, ma siamo devastati dal cancro.

Naturalmente non sto minimamente dicendo che assumere allucinogeni sia la soluzione a questi mali, ci mancherebbe altro. E non ritengo nemmeno che tutto ciò che è antico e tradizionale sia meglio. Quello che dico è che dare attenzione a nuove, ma anche antichissime metodologie per lo sviluppo della coscienza e l’approfondimento di quella che è la nostra Vera Vita, sia fondamentale per un futuro di pace, armonia ed equilibrio sia personali che per tutta l’umanità.

Testo e foto: MVillone

Migrazione

LENTAMENTE STO CERCANDO DI FAR MIGRARE IL MIO BLOG SU QUELLO GEMELLO, MA CHE SI CHIAMA SEMPLICEMENTE www.unaltrosguardo.it

PREGHEREI CHI SEGUE QUI DI ISCRIVERSI SULL’ALTRO, GRAZIE

DOVE  NEL FRATTEMPO HO PUBBLICATO LA PAGINA AL LINK SOTTOSTANTE

http://www.unaltrosguardo.it/obbiettivi-del-progetto-paratiunaltrosguardo

Io, Mauro, in uno scatto di Lidia Urani

Io, Mauro, in uno scatto di Lidia Urani