Specchio dei tempi

rospo

Il tizio nella foto è un rospo. Bufo bufo o Bufo marinus e altre specie, classificate per la prima volta da Linnaeus nel 1758. Il suo corpicino contiene bufotenina, un alcaloide allucinogeno micidiale, utilizzato dalle streghe per la preparazione di unguenti e miscele utili al volo magico, il volo che cura.
E io il rospo devo ingoiarlo. Se, una volta digerito, i suoi alcaloidi si legheranno ad alcuni recettori del mio sistema nervoso, e volerò. Il rospo da ingoiare è il comportamento a etica zero, avuto dalla direzione de La Stampa, nei miei confronti. Anche se non sono certo l’unico, poiché blogger e giornalisti scontenti della büsiarda, non si contano nemmeno. Ovvero non si tratta di un rospo personale poiché non scriverò più sul giornale, questo francamente ha per me davvero un’importanza molto relativa. Si trattasse del Times o del Washington Post o, ancora, dello Yomiuri Shinbun giapponese, con 14 milioni di copie giornaliere, sarebbe un conto. Invece è, in fondo, né più né meno che un giornale di provincia importante perché storico, e con grandi firme, ma che senza dubbio ha visto tempi migliori. In ogni caso credo che il motivo per cui scrivo oggi solo sul mio blog, letto sì e no da una dozzina di persone, inclusi mio padre e mia zia, non sia dovuto solo a incapacità letterarie o giornalistiche, bensì anche a incapacità di adattamento alla servitù, alla sottomissione, alla rinuncia a dire quello che penso, come fanno invece praticamente tutti i giornalisti d’Italia costretti a lavorare sotto padrone. Padrone che, nella fattispecie, è la FIAT. Ma, se ne avrete la cortesia, lasciatemi raccontare perché dico tutto questo. Ho degli argomenti molto seri.
Dunque, il fatto che io sia afflitto da sindrome delle “palle eoliche” parte sì da quello che ho trovato un’offesa personale dovuta semplicemente a mancanza di etica ed educazione, ma finisce per portare a interessanti considerazioni sul livello delle relazioni umane di tutto un sistema di potere mediatico autoreferenziale, che bada solo ai fatti suoi e, naturalmente, a quelli di sponsor, padroni, amichetti e inserzionisti.
Il blog su lastampa.it me lo aprirono per risarcirmi (per così dire) del fatto che, grazie alle solite manovre poco etiche (questa volta del servizio marketing insieme a un tizio che ha un sito che si chiama photographer.it), rimasi tagliato fuori indebitamente dal portale de lastampa.it sulla fotografia. Fu una mia idea proporlo al servizio marketing del giornale. Nel mio blog ci ho scritto per cinque anni, senza riuscire, nonostante ripetuti tentativi, ad aprire un dialogo con la direzione. Lo trovo assurdo, poiché i blogger ospitati dal giornale potrebbero essere una vera risorsa. È chiaro che non è facile da gestire, ma d’altra parte ci sono molti modi di dirimere le relazioni umane.
Nel settembre scorso ho scritto questo articolo: Sconsolarte (vedi link) che, avendo disturbato poteri forti e amici della direzione, ha fatto sì che avessero la scusa per chiudere il mio spazio. La motivazione addotta è “incompatibilità con la linea editoriale”. A parte il fatto che sarebbe bello sapere qual è questa linea editoriale. Il punto è che la “linea editoriale” è una maniera scontata e light per dire che un giornalista deve scrivere quello che “serve” al giornale, senza rompere troppo le palle a destra o a sinistra. Ovvero la “linea editoriale” è quella che decidono i proprietari e gli sponsor e non la direzione “responsabile” (la cui vera responsabilità è quella di fare attenzione a non dare fastidio ai suoi proprietari), con conseguente quasi azzeramento della libertà di stampa. Per fortuna oggi esiste la rete. D’altra parte i giornalisti sgomitano e sbavano per scrivere in una testata importante, per indiscusse ragioni di prestigio e di visibilità. Anche questo è un mito da sfatare, per la semplice ragione che con l’indubbia acquisizione di prestigio si finisce con il vendere le proprie idee e perdere la libertà, dovendo stare attentissimi a non sforare la cosiddetta “linea editoriale”. Prestigio peraltro relativo in quanto l’immagine di numerose testate dai nomi altisonanti, costruito in decenni, quasi secoli, di storia, è spesso immeritata, essendo oggi fortemente compromessa da interessi finanziari, politici e di potere. Basti pensare che La Stampa è della Fiat, il Gruppo editoriale l’Espresso per più di metà di De Benedetti e per il resto di banche e finanziarie, mentre il Corsera è di Fiat per più del 20% e per il resto di altri nomi dell’industria e della finanza. Credete possa essere libera un’informazione messa così? Lo sanno tutti, ma sembra non ricordarsene mai nessuno. Senza contare che molti dei nemmeno 200.000 acquirenti de La Stampa, probabilmente nemmeno se lo chiede. Tanto per dare un’idea poi, Corriere della Sera ha venduto a settembre 2014 nemmeno 280.000 copie. Se si pensa che, per esempio, il New York Times ne tira oltre un milione, c’è da morire dal ridere. Non che il N.Y. Times sia certo una testata “libera”, ma la proporzione numerica da l’idea di come l’Italia sia nient’altro che un insieme di provincie con dei giornaletti locali. Italia Oggi ha nel web poco più di 23.000 contatti, roba che un bravo blogger polverizza come niente, mentre qualsiasi buona pagina di Facebook supera i centomila.
In Italia chi domina sul piano dell’informazione non sono i giornali, bensì le reti televisive.
Tornando alla mia vicenda, la direzione de La Stampa, che sa a malapena chi io sia, considerandomi, dal loro punto di vista correttamente, un nessuno tra tanti, come sono per loro dei nessuno la maggioranza degli altri blogger, mi ha liquidato come se non esistessi. Senza nemmeno peritarsi di cosa avevo scritto e non scritto per cinque anni, prima dell’articolo che aveva pestato i piedi ai loro amichetti che fanno soldi utilizzando denaro pubblico. E nemmeno di capire cosa faccio e non faccio, che se fosse anche il calzolaio sarebbe un’attività di tutto rispetto. Non gli viene nemmeno in mente che tutto questo materiale umano (passatemi il termine) potrebbe essere una risorsa che aumenta la diffusione e la audience, dando inoltre spazio alla pluralità dell’informazione. Oltre ad aprire le loro menti concentrate su carriere e audience. Ma d’altra parte nemmeno potrebbe fare niente, preoccupata com’è della “linea editoriale”, ovvero fare attenzione a non disturbare i loro padroni. Credono in cuor loro di fare scelte professionali e libere, mentre in realtà non fanno altro che i cani da guardia dell’organo dell’azienda di cui sono al soldo.
In uno dei miei tentativi di aprire un dialogo mi è stato persino detto che “il giornale non è una buca delle lettere per i cittadini”, come se per cinque anni avessi scritto sfoghi e cazzate varie come la cacca dei cani sul marciapiede. Mi sono offeso sul piano personale e in seguito ne ho ricevuto delle scuse. Chi me l’ha scritto lo considero tutto sommato in buona fede, ma la battuta la dice lunga sulla sua triste inconsapevolezza.
La mia principale attività si svolge sul piano umanitario, oltre che su quelli artistico e dell’informazione. I miei progetti (Para Ti e Unaltrosguardo) sono profondi e articolati e di livello internazionale. Se La Stampa non fosse un giornale ipocrita, si sarebbe potuto operare insieme per iniziative sia umanitarie che di informazione di alto rilievo, che avrebbero coinvolto anche il Brasile, dove opero con molti mezzi. La loro storica rubrica “Specchio dei tempi” ormai non è altro che uno specchietto per allodole ignoranti, e non è veramente rivolta a fare informazione umanitaria. Al contrario non sono nemmeno in grado di aprire un dialogo con chi, dal loro limitato punto di vista, non ha molto da dire. Pensano di sapere tutto solo loro. Mentre nel frattempo riempiono pagine e blog con paroloni quali “umano”, “amore”, “futuro”, “valori”. Nella realtà si tratta di un posto chiuso, vecchio e autoreferenziale, dove hanno posizioni di rilievo solo i figli di questo e gli amici di quell’altro. Oppure quei personaggi che hanno letteralmente “bisogno” di esistere sul piano mediatico, e hanno dedicato a questo tutta la vita. Nutrono il proprio ego con il loro successo mediatico e sono ossessionati dalla carriera. Soffrono se non riescono a conseguire posizioni sempre più importanti. Uno di loro, ai quali ho scritto con il cuore in mano, nella ulteriore speranza di aprire un dialogo, ha chiamato il giornale La Stampa “casa nostra”. La dice lunga. Da “casa nostra” a “cosa nostra” il passo è brevissimo, ma loro si presentano invece come i paladini della libertà, della verità, della lotta alla cultura mafiosa e dell’informazione giusta. Sono un sacco di balle. Alla fine questi figuri, che senza dubbio hanno anche i loro lati positivi, ci mancherebbe, mi fanno persino pena. Possono funzionare con un target tutto sommato poco informato e vittima della demagogia mediatica. Sono dei fasulli di successo, che sinceramente non invidio per niente. Un po’ degli sfigati di successo, se vogliamo.
Non mi resta di augurare loro di scendere a terra e osservare. Vedranno che in giro ci sono un sacco di situazioni interessanti che non sono solo la politica, il lavoro, la cronaca nera, le banalità che fanno fare tanti lettori, ma anche argomenti di nicchia di alto valore spirituale e umano, che varrebbe la pena approfondire. Chiunque in questi anni abbia dato un’occhiata al mio blog può rendersene conto. Altro che buca delle lettere.
Cari amici, di sicuro non mi faccio più illusioni. Spero solo si rendano che senza paraocchi, senza essere autoreferenziali e senza pensare solo a “casa nostra” e alla “famigghia”, si vive meglio. Provate a provarci, e vedrete quante vere opportunità di dialogo e apertura ci sono al mondo. Vi accorgerete che la vita è altrove, a grandi profondità, negli occhi e nelle anime delle persone comuni che per voi non sono altro che “lettori” e numeri di tabelle riguardanti la audience.
Tutto questo sì che è un vero “Specchio dei tempi”.

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