Una storia di famiglia

Il mio trisnonno, Antonio Mosso, nonno del mio nonno materno, nacque in Piemonte a Santo Stefano Roero, quel territorio del Piemonte che un tempo era una Contea. Povero, ma abile costruttore di quei bellissimi carri in legno che ormai, sempre più rari, può solo capitare di vedere pieni di fiori nel giardino di qualche rustico, nel 1858 emigrò in Argentina. Partì con una nave da Genova per raggiungere Buenos Aires, che al tempo era la grande mela del Sud America. La sua abilità artigiana gli permise di lavorare bene laggiù. Anzi, alla fabbricazione dei carri aggiunse ben presto una bodega di vino, poi del bestiame, poi terre coltivate. Fu uno dei primi a trasferire il know-how del vino italiano in Argentina e, in capo ad alcuni anni, dopo essersi sposato con un italiana che già era nata sul posto, fece una fortuna. Ebbe due figli: Juan-Bautista e Francisco. Quest’ultimo era il mio bisnonno. I due fratelli ampliarono la fortuna del padre a dismisura comprando terre, realizzando haciendas con migliaia di capi di bestiame, macelli, produzione di pellicce di nutrie. Iniziarono a esportare in Italia pelli, pellicce, legnami. Francisco, forte del patrimonio accumulato tentò di estrarre petrolio nella zona di Mendoza, la stessa dove producevano il vino. Purtroppo le tecnologie dell’epoca non lo aiutarono e così desistette pochi anni prima che arrivassero sul mercato le pompe adeguate per andare a maggiore profondità. Oggi l’area, tra le altre cose, produce proprio petrolio. Si spostò così in Europa e in Italia, dove copriva il ruolo di importatore di beni per Juan-Bautista. Ebbero alterne vicende ma accumularono comunque un patrimonio enorme. A tal punto che il mio bisnonno, all’inizio del ‘900 fu a Londra per affari e si innamorò del football, decidendo così di fondare il Torino Calcio. Il suo segretario ed emissario, Vittorio Pozzo (che nei libri risulta essere lui il fondatore della squadra) andò a Torino per conto di mio bisnonno e si occupò di tutte le operazioni. Quattro dei miei prozii (Mosso I, II, III e IV) figli del bisnonno giocarono negli anni ’30 in quella che era all’epoca una delle squadre più forti del mondo.

Il Torino calcio negli anni '30 con i miei prozii

Il Torino calcio negli anni ’30 con i miei prozii

I miei prozii negli anni '30 sul campo

I miei prozii negli anni ’30 sul campo

Francisco fece otto figli, tra i quali Felice, mio nonno, il padre di mia madre. Questi tornò in Argentina per lavorare nella hacienda dello zio. Faceva il gaucho e si occupava di gestire l’enorme estensione di pampa con 3.000 capi di bestiame e altre attività agricole e di allevamento.

I bisnonni in Argentina

I bisnonni in Argentina

Poco prima della seconda guerra mondiale mio nonno tornò in Italia per gestire, tra le altre cose, un azienda di famiglia che era stata impiantata a Torino. Produceva vari composti chimici per l’industria e si trovava in via Monza, nella zona prevalentemente ricca di piccole imprese che allora veniva chiamata Barriera Milano. Qui passò, insieme a mia nonna, mia mamma e mia zia, parte degli anni ’30, il periodo della seconda guerra mondiale e i decenni successivi. L’azienda chimica si trovava al pian terreno, in un grande cortile, mentre al primo piano c’erano le abitazioni dei famigliari. Ricordo personalmente, negli anni ’60 il balcone che dava sul cortile, con il pergolato con l’uva americana. Quello che era più caratteristico era proprio l’odore dell’uva in estate, mischiato con quello dei componenti chimici che venivano utilizzati nella fabbrica.

La famiglia in Argentina

La famiglia in Argentina

Il nonno frequentava, nell’adiacente via Bologna, una piola che si chiamava, appunto, Bologna. Adesso è una trattoria molto ruspante, gradevole, economica e di ottima qualità. Allora era un bar dove si beveva, si fumava, si poteva mangiare qualcosa, si giocava a carte e, soprattutto, vi si incontravano i partigiani. Mio nonno, nel periodo bellico, cercava di aiutare i partigiani fornendoli di legna e sale che buttava giù dal camion che li trasportava in via Bologna. Col sale il problema era quello di fornirlo ai partigiani prima che i nazisti lo avvelenassero per impedirne l’uso alimentare.

La mia bisnonna Teresa in argentina

La mia bisnonna Teresa in argentina

Quando il nonno viveva in Argentina, oltre al gaucho amava viaggiare e fotografare. Incontrò diversi personaggi singolari, tra i quali un brujo, come si chiamano là gli stregoni. Un giorno si recò da questo brujo per farsi curare un fastidioso mal di denti. Per curarsi mio nonno avrebbe dovuto prendere un pentolino nuovo, utilizzarlo per prepararsi un decotto di erbe fornite dal brujo, assumerlo, dopo di che andare nella pampa e fare un buco nel terreno dove seppellire pentolino ed erbe, allontanarsi senza guardarsi indietro e, soprattutto, non farsi mai e poi mai toccare quel dente in futuro, per nessun motivo. Lo stregone disse a mio nonno che, la sera del rituale, a mezzanotte, avrebbe avuto un fortissimo dolore al dente per alcuni minuti, poi sarebbe passato per sempre. E così accadde.

La famiglia in Argentina

La famiglia in Argentina

Molti anni dopo, all’inizio della decade dei ’60, mio nonno dovette andare dal dentista che, tra le altre cose, gli consigliò di estrarre proprio quel dente malandato. Mio nonno non ne voleva sapere, ma dopo molte insistenze purtroppo cedette. Il dente gli fu estratto. Pochi mesi dopo iniziò ad avere un dolore alla lingua, sempre più forte. Gli venne diagnosticato un cancro che si espanse alla gola e dopo mesi di atroci sofferenze lo uccise. Mio nonno era una grande persona, un dolcissimo capo famiglia, un nonno affettuoso. Morì che io, purtroppo, avevo solo 5 anni e mi manca ancora adesso. Prima di morire si era dato da fare a lungo per tingere, nella sua azienda chimica, dei robusti tessuti per costruirmi una tenda da indio. L’avrebbe poi dipinta con i simboli della libertà india: un calumet della pace, un volto da capo indiano e un cavallo selvaggio. Non riuscì a portarla a termine e la completò mio padre. Anche lui amava e sapeva dipingere.

Zio Eugenio, capocannoniere del Torino Calcio

Zio Eugenio, capocannoniere del Torino Calcio

Non posso essere certo della relazione tra l’estrazione del dente curato con la magia dello stregone e la malattia e la morte di mio nonno. Ma questo è quello che io penso ed è questa una delle ragioni per cui ho il massimo rispetto di brujos e stregoni di tutto il mondo, conoscitori di tradizioni purtroppo ora in estinzione, che sapevano quali legami ci fossero tra i nostri corpi, le nostre menti, e le energie dell’universo.

La vigna attuale di mio cugino Pablo a Mendoza

La vigna attuale di mio cugino Pablo a Mendoza

Qualche anno fa, mentre mi trovavo in Brasile, decisi di fare un viaggio in Argentina, anche per riscoprire una parte delle mie radici. Sapevo di avere cugini, soprattutto a Mendoza, ma non sapevo chi fossero. Da Buenos Aires inviai una email a un tal Pablo Mosso di Mendoza, produttore di vini. Mi sembrava potesse essere un parente. Mi rispose rapidamente e mi invitò a casa sua. Era il figlio di un cugino di mia madre. Stetti da lui per dieci giorni, come se ci fossimo sempre frequentati. Mi portò in giro per bodegas di vino, vigne, praterie e anche sulle prime pendici delle Ande. Mi fece conoscere tutti i posti della sua infanzia e della sua gioventù. Mi portò anche vedere delle vecchie case d’epoca che erano appartenute ai nostri bisnonni e perfino una vecchia diga abbandonata che avevano fatto costruire proprio loro. Ma il contatto più profondo con il loro spirito lo ebbi quando in montagna ci ritrovammo nel bel mezzo di una foresta demaniale di conifere. Si trattava di una foresta creata dagli alberelli che i nostri bisnonni avevano piantato cento anni prima pensando così di lasciare un patrimonio utile a figli, nipoti e pronipoti. Pensai con tenerezza a come è cambiato il mondo e all’inutilità commerciale di quella trovata d’altri tempi. D’altra parte fui grato ai bisnonni per avere compiuto, forse inconsapevolmente, un rituale che andava nella direzione diametralmente opposta a quello che altri esseri umani, devastatori anziché costruttori, stanno facendo oggi, per esempio nella foresta amazzonica.

Le rovine della vecchia centrale idroelettrica fatta costruire dal mio bisnonno

Le rovine della vecchia centrale idroelettrica fatta costruire dal mio bisnonno

Io invece stavo “respirando” nella foresta piantata dai miei antenati. Resi grazie e pregai per la loro felicità, anche se dubito si trattasse di due stinchi di santo. Senza saperlo avevano lasciato, non solo a noi, un piccolo e simbolico contributo al patrimonio naturale di tutti.

La foresta sulle prime pendici delle Ande, nel distretto di Mendoza, ingenuamente piantata dai bisnonni, oggi demaniale

La foresta sulle prime pendici delle Ande, nel distretto di Mendoza, ingenuamente piantata dai bisnonni, oggi demaniale

Il cugino Pablo orgoglioso dei suoi vini Torrontes e Malbec. hanno anche vinto dei premi in Europa.

Il cugino Pablo orgoglioso dei suoi vini Torrontes e Malbec. hanno anche vinto dei premi in Europa.

Pablo cucina la carne assada alla maniera gaucha, insegnataci dai nostri nonni

Pablo cucina la carne assada alla maniera gaucha, insegnataci dai nostri nonni

Braccioscatto con mio cugino Pablo. io sono lo scimmione in primo piano

Braccioscatto con mio cugino Pablo. io sono lo scimmione in primo piano

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