A proposito della fine del mondo

“Ci sono più cose in cielo e in terra Orazio di quante ne sogni la tua filosofia” (William Shakespeare)

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Che il 21 dicembre scorso il mondo non sia finito è strachiaro a tutti, così come era chiaro non avesse alcuna logica pensare che veramente dovesse succedere. D’altra parte è anche vero che è del tutto lecito invocare allineamenti astrali, magari anche un po’ forzati, per spiegare che le cose così non possono andare avanti. Probabilmente moltissimi, anche se non tutti, sperano, in un modo o nell’altro che veramente lo schifo ai quali siamo costretti ad assistere, prima o poi finisca, per lasciare spazio a un mondo che, se non idilliaco e benché normale, sia un po’ meno afflitto soprattutto dallo strapotere delle persone meno degne a esercitare qualsiasi tipo di potere o di leadership.

Esistono milionate di persone oneste che, tutto sommato, si lasciano prendere per il culo da pochi vampiri disgraziati che si attaccano alle vite degli altri, non tanto o solo per succhiare loro denaro, ma, ancora peggio, succhiare energie che potrebbero servire invece per godere di più della propria vita.

Uno dei sistemi messi in atto per far sì che i lavoratori onesti o anche i fancazzisti onesti non si ribellino ai continui prelievi energetici dei suddetti vampiri è quello di tenerli nell’ignoranza. Ma mica solo ignoranza sui propri diritti. Fosse solo quello. Si tratta invece di un’ignoranza che proviene da molto lontano.

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Un’infinità di documentari, articoli e libri ci ha spiegato, fin da quando eravamo piccoli, che una persona sicura di sé deve sapere dove si trova, da dove viene e dove sta andando. E quello che ci vogliono far credere è che ci siano persone, che dovrebbero “guidare” l’umanità, le quali sanno benissimo dove quest’ultima si trovi, dove sta andando e da dove viene. Inutile dire che queste, come al solito, sono un sacco di balle. Ma non solo perché un qualsiasi filosofo potrebbe spiegare tranquillamente che in realtà nessuno sa esattamente quale sia il senso della vita e dove si possa collocare l’intera umanità sul piano esistenziale. No. Il problema è molto più profondo e sottile, benché molto più evidente e sotto gli occhi di tutti. Noi non sappiamo proprio da dove provenga la nostra specie, né da dove vengano le nostre culture e nemmeno le nostre tecnologie. Figuriamoci dove sta andando.

Vi ricordate, tanto per fare un esempio, come sui banchi di squola (si con la “q” perché quella con la “c” sarebbe un’altra cosa, molto più complessa e profonda) ci insegnassero come, misteriosamente a un certo punto, arrivassero tribù a cavallo, provenienti dalle “steppe eurasiatiche”, a invadere l’Europa e l’Impero Romano. Mi sono sempre chiesto cosa facessero questi cavalieri prima. Vagavano in quelle steppe? Erano lì da sempre? Ce li aveva messi qualcun altro? Erano comparsi sotto i cavoli? Oppure, più logicamente, erano popolazioni piano piano evolutesi e poi, dopo aver imparato a utilizzare il cavallo, si erano col tempo spostate per arrivare anche in Europa?

Di spostamenti simili nella storia ce ne sono stati innumerevoli. Sempre dall’Asia centrale, per esempio, sono giunte diverse ondate di invasioni nella valle dell’Indo e nel subcontinente indiano. La storia dovrebbe spiegare, tra le altre cose, qual è stata l’evoluzione di popolazioni preistoriche che nei millenni hanno sviluppato tecnologie in grado di dare inizio a quel processo chiamato civiltà. Ovviamente molti storici si sforzano molto seriamente di fare questo. Ma ce ne sono altri che invece si applicano per raccontare queste storie incerte e faticosamente ricostruite con anni di studi, ipotesi, errori, vittorie e ricerche, come se fossero una verità e una realtà granitiche e al di là di ogni dubbio.

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Zahi Hawass, per esempio, è uno di questi. Si tratta del professore di archeologia egiziano responsabile dell’area di Giza, dove ho scattato queste fotografie. Il professor Hawass (secondo Fortune una delle 100 persone più influenti al mondo guarda caso) si affanna spesso a spiegare che “non c’è niente da scoprire ancora, niente da spiegare, è tutto chiaro”.

Ci sono fior di ricercatori invece, indipendenti, ma alcuni anche accademici che si sono giocati la faccia, che sostengono come di chiaro non ci sia proprio nulla. Anzi è tutto incredibilmente oscuro e va ben al di là dell’intrigante passione per il mistero. Anzitutto nessuna salma né nessun altro segnale di sepoltura è mai stato rinvenuto all’interno di una piramide egizia. Ma il punto è un altro. Nessuno ha ancora la benché minima idea di come possano essere state costruite non solo le piramidi, ma moltissime altre costruzioni antiche o addirittura preistoriche come Stonehenge o, più semplicemente, pre-romane che si trovano in centro Italia.

Quello che sto scrivendo non me lo invento affatto. Scaturisce da decenni di letture appassionate sul tema. A tali letture ho affiancato i viaggi e la documentazione fotografica personale. Nonché impressioni personali ricavate dalla presenza sul posto. Ci sono su tutto il globo costruzioni di età preistorica e neolitica realizzate con macigni di centinaia e anche migliaia di tonnellate, trasportate da molto lontano e collocate secondo accertati allineamenti astronomici con precisione millimetrica. Una precisione che si farebbe fatica a raggiungere con le tecnologie attuali. per non parlare dell’impossibilità letterale nello spostare macigni di quelle dimensioni.

Se prendiamo ad esempio le grandi piramidi della piana di Giza, al di là del fatto che non si possa spiegare come sono state costruite, a quando esattamente risalgano, soprattutto perché siano state costruite, e cosa significhino, è semplicemente un’esperienza profonda ed estremamente impattante trovarsi al loro cospetto. La fotografia difficilmente può rendere conto dell’effetto che realmente facciano dal vivo. Le foto aeree e le planimetrie, nonché le misurazioni relative alle singole piramidi dimostrano che si tratta in primo luogo di qualcosa di legato all’astronomia/astrologia e a precisi allineamenti stellari.

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Quando entrai nella grande piramide, quella che chiamano di  Cheope, anche se non c’è certezza alcuna che veramente sia stata commissionata proprio da questo faraone, la sensazione che ebbi fu quella di trovarmi all’interno di qualcosa di assurdo. Non mi è sembrato di trovarmi di fronte, o dentro, a qualcosa che provenisse da una cultura abissalmente distante dalla nostra, ma proprio a qualcosa proveniente da un altro tipo di cervello. Qualcosa di alieno e assolutamente distante dalla nostra logica odierna e occidentale. In sostanza qualcosa che avesse relazione non solo con un diversissimo software, ma proprio un altro tipo di hardware. Qualcosa di impossibile e, al tempo stesso, di una poesia cosmica in qualche modo comprensibile solo accedendo alle più remote Profondità di noi stessi. Sì, le piramidi sono assurde, paurose e commoventi. Incomprensibili per la mente, di una semplicità inspiegabile per lo spirito. La stessa cosa si potrebbe dire di moltissimi altri monumenti arcaici disseminati per il pianeta. Anche se queste piramidi in particolare sono qualcosa di veramente inconcepibile da una mente odierna, pure Stonehenge e le Tombe dei Giganti in Sardegna sono inconcepibili per la sola mente razionale. È del tutto impossibile sintetizzare in un articolo leggibile la quantità di dati che sono stati raccolti e analizzati nei decenni sul tema delle strutture megalitiche. Per ulteriori approfondimenti rimando a una selezionata bibliografia che ho preparato. In ogni caso, sintetizzando il più possibile, le costruzioni megalitiche si trovano su tutto il pianeta: centro e Sudamerica, Mesopotamia, Egitto, medio-oriente, Europa, India, Oceania.  Queste costruzioni hanno una fortissima relazione con l’astronomia, le costellazioni, la posizione della terra nell’universo. Molte di esse servivano probabilmente, tra le altre cose, per l’osservazione di allineamenti stellari e percorsi di stelle, luna e sole nel cielo, ma non solo. Molte delle loro funzioni sono del tutto incomprensibili. Sono di difficilissima datazione poiché non esistono ancora sistemi in grado di dare un’età anche solo indicativa, di materiale non organico. Sembra che i vari complessi, come Giza, Machu Picchu, le ziggurat e molti altri avessero una relazione tra loro, come se fosse esistita una cultura planetaria di riferimento. Alcuni autori si spingono addirittura a ipotizzare un’origine extraterrestre, altri affermano semplicemente che buona parte del passato remoto della nostra specie sia tutto da rivedere. Ai misteri relativi a queste costruzioni se ne sommano altri del tutto inspiegabili come ad esempio l’esistenza di carte antichissime. Queste carte, come per esempio quelle realizzate dall’ammiraglio turco Piri Re’is, mostrano, con chiarezza e ricchezza di particolari, il Sudamerica e l’Antartide, quando ufficialmente la scoperta di questi continenti era ancora di là da venire di 300 anni. Ma non basta. Non si capisce come sia possibile che popolazioni neolitiche, che vengono spacciate come preistoriche, fossero a conoscenza della precessione dell’asse terrestre, che avendo una rotazione completa ogni 25.800 anni ha bisogno di millenni di osservazioni accurate per essere percepito e codificato. Senza contare che la quantità di cose che conoscevano questi popoli è incredibilmente più vasta.

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In sostanza non è possibile sintetizzare la quantità enorme di dati che non quadrano sul piano storico, archeologico, archeoastronomico, paleontologico, cartografico, etnologico. La scienza cosiddetta ufficiale si ostina, ovviamente per ragioni di potere, a rifiutare ogni apertura al dialogo con ricercatori indipendenti, anche del calibro del grande Zecharia Sitchin, uno dei massimi esperti di scritture e lingue accadiche e sumeriche, deceduto purtroppo nel 2010. Il potere si basa su false certezze. E arrivo così al punto. Queste coinvolgenti ricerche, viaggi e letture che mi appassionano da diversi decenni, sono a mio parere legate al tema, per me centrale, della libertà. Perché la disinformazione sulla nostra provenienza storica, etnica, biologica e culturale, con il conseguente disorientamento che ne deriva, è molto utile per confonderci e metterci in soggezione rispetto ai cosiddetti detentori accademici della cultura che sul piano esistenziale ne sanno per o meno quanto noi. Veri esperti e conoscitori non avrebbero nessuna paura di ammettere che “più so e più so di non sapere” come faceva onestamente e profondamente un vero maestro come Socrate, che non a caso è stato fatto fuori anche lui come molti altri veri sapienti.

Per tornare, infine, al tema della fine del mondo e del calendario. È chiaro e limpido che non è che il giorno tale, all’ora tale finisca tutto di colpo così. Fin troppo facile da usare per i cosiddetti “razionali” per attaccare sognatori, possibilisti, poeti e olistici di ogni genere. D’altra parte le impossibili costruzioni megalitiche sono lì, con i loro assurdi allineamenti astronomici e qualcosa vorranno pure dire. Molte di queste costruzioni sono legate ai cicli di centinaia di millenni che gli Hindu chiamavano “Yuga” e i Maya “Baktun”. Fu José Arguelles lo studioso che ipotizzò, sulla base di suoi calcoli, che un ciclo di 5 Baktun potesse terminare un giorno corrispondente al 21 dicembre del 2012. Si trattava solo di un’ipotesi, niente di più. Un’ipotesi autorevole, ma pur sempre un’ipotesi, che non era certo campata in aria, ma proveniva da studi precisi. Secondo Arguelles i Maya ritenevano che in quella data sarebbe finita l’epoca del loro 5° sole, niente di più. D’altra parte il ciclo precessionale esiste, come pure gli allineamenti astrali, i periodici cambiamenti del clima e le periodiche (probabilmente devastanti) inversioni del campo magnetico, come ci insegna, senza ombra di dubbio in questo caso, la geofisica.

I calendari, che sono complessi artifici umani realizzati per riuscire in pratica a stare dentro quella dimensione chiamata tempo, non del tutto comprensibile nemmeno oggi ai fisici teorici, hanno comunque un importanza fondamentale e per gli antichi erano addirittura sacri. Così come lo era lo stesso incomprensibile Tempo. Facilissimo per i baroni spiegare dall’alto dei loro scranni che sono tutte fandonie indimostrabili. Ancora più facile però per meditatori, poeti, artisti e sognatori, percepirne invece il valore e il significato simbolico profondi per riuscire a collocare, senza usare la ragione, la nostra incomprensibile esistenza all’interno di uno schema cosmico pregno di infiniti significati.

Un futuro senza fine meraviglioso, profondo e di grande cambiamento a tutti.

Mauro Villone

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4 thoughts on “A proposito della fine del mondo

  1. Che bello non essere in grado di spiegare le cose, guardare il cielo e sentirsi un nulla confrontato all’immensitá. Senza nulla perdere con questo in dignità di umano.

  2. “TUTTO E’ UNO” QUANDO LO CAPIREMO *!?*!?*!?*!? GRAZIE MAURO *CHIARE ILLUMINANTI PAROLE * … UN FUTURO SENZA FINE MERAVIGLIOSO * PROFONDO E DI GRANDE CAMBIAMENTO A TUTTI

  3. L’argomento trattato è, ovviamente, molto interessante, nonché di stringente attualità, visto che più civiltà del passato permeate da una spiritualità primordiale ma più genuinamente più vera e in accordo con i ritmi della natura, hanno identificato questo nostro attuale periodo, come quello di chiusura di un ciclo cosmico.
    Ma, come esordisce Mauro, è sotto gli occhi di tutti la degenerazione a tutti i livlli nella quale la nostra “civiltà” si muove.
    Le Piramidi egiziane non sono tombe… ma vividi messaggi su ciò che siamo stati e su ciò che saremo. Sono esse stesse una profezia.
    Per ulteriori approfondimenti, consiglio la lettura, nello specifico da pag. 56 a pag. 64, di:

    A. Volben – “Dopo Nostradamus. Le grandi profezie sul futuro dell’Umanità” – Edizioni Mediterranee.

    Auguro a tutti un avvenire di profondo cambiamento interiore, in sintonia con lo spirito che ognuno di noi incarna.

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