Innamoramento e amore

Ovvero “Rivoluzione permanente o istituzionalizzazione” – Mauro Villone

Foto M. Villone – “On the road again” – Cliccare sul link prima di leggere x accompagnare la lettura con commento musicale.

L’idea non è mia. È del professor Francesco Alberoni. Mirabilmente espressa in un suo volumetto con lo stesso titolo uscito alcune decine di anni fa. Le idee geniali sono semplicissime e profonde. In estrema sintesi il libro spiega come il processo dell’innamoramento si sviluppi tra due persone per sfociare, se tutto va bene, nell’amore, che può durare anni e, a volte, per tutta la vita. Il professore spiega anche, sviluppando l’argomento in scritti successivi, come tale processo si possa riscontrare anche in movimenti politici e sociali, anche di carattere rivoluzionario. In seguito allo sviluppo di nuove idee e a cambiamenti sociali profondi che coinvolgono gruppi più o meno grandi di persone, talvolta addirittura su scala nazionale o continentale, tendono a stabilizzarsi nuove condizioni che, lentamente, si istituzionalizzano, andando verso uno standard ripetitivo che possiamo osservare spesso nel corso della storia. Questo tipo di processi, benché naturale, presenta due facce. Mentre da una parte è considerato del tutto naturale e rassicurante dall’altra può portare alla ripetitività, alla noia, all’esaurimento dell’entusiasmo, della motivazione e della carica creativa. In due parole all’esaurimento dell’energia. Naturalmente, per quanto semplice e intuitivo, questo tipo di processo può essere molto complesso e presentare innumerevoli sfaccettature e diverse modalità di manifestazione.

Per quanto riguarda i movimenti culturali e artistici, inclusi quelli relativi alla fotografia, tutti possiamo osservare molto semplicemente uno standard ormai quasi scontato. Ecco quello che avviene, sotto gli occhi di tutti.

Numero uno: nasce una nuova idea. All’inizio idee fresche e rivoluzionarie, ricche di fascino ed entusiasmo, hanno successo e suggeriscono nuovi stimoli. Finiscono poi regolarmente per istituzionalizzarsi e diventare carrozzoni mangiasoldi con idee stantie che hanno come unico scopo quello di autoalimentarsi, dare lavoro ai soliti noti e di fare altri soldi. Persino manifestazioni nate come provocatorie e “underground” all’inizio divertentissime ed entusiaste diventano dopo qualche anno un must privo di idee nuove e con accenni di puzza sotto il naso. Anche quelle nate con le migliori intenzioni si avviano spesso a una precoce mummificazione, nel tentativo patetico di diventare “importanti”. Tutto puntualmente nella norma come previsto dal professor Alberoni. Per quanto riguarda la nostra esperienza del Turin Photo Festival di certo non ci sentiamo immuni da questo genere di iter. È dalla nostra parte, nel difenderci dal decadimento cultural-finanziario, la cronica mancanza di denaro e la nostra ostinazione ad andare avanti nonostante la penuria di fondi e l’ignoranza delle istituzioni che, anziché aiutarci, ci mettono i bastoni tra le ruote facendoci impazzire per contributi di 10.000 euri che, se gentilmente concessi quattro mesi dopo la fine dell’evento (il che è tutt’altro che scontato), vengono erogati con sospetto un anno dopo facendoci sentire come dei ladri che progettano di fuggire con il lauto bottino in una baracca costruita da amici indios sulle coste del nord del Brasile. Qualcuno si chiederà perché non in un appartamento a Parigi di fronte a Notre Dame. Ognuno ha i suoi gusti.

Se un giorno dovessero arrivare finanziamenti adeguati riusciremo a mantenere l’entusiasmo iniziale e la pulizia di intenti e di relazione tra tutti noi? Noi chi? Noi ideatori con le decine e decine di amici, artisti, reporter e volontari che hanno reso possibile un evento di alto rilievo quasi del tutto autofinanziato. Non lo so. Nel caso l’evento diventasse ricco riusciranno i nostri eroi a rimanere normali e a non fare le cose perché “vanno fatte” o perché rendono importanti e famosi? Boh. E io che ne so? Il professor Alberoni però alla fine del suo libro spiega come emerga, nella vasta casistica da lui raccolta in anni di lavoro, l’evidenza della possibilità che si mantenga vivo l’innamoramento (o il feeling rivoluzionario) anche per molti anni in una coppia o in un gruppo. Accade, secondo lui, quando si fa una vita avventurosa, ricca di imprevisti, di novità e di idee. Una via d’uscita per la libertà a dispetto della sicurezza, della noia, della ripetitività e dell’illusione di essere arrivati “da qualche parte” dunque sembra essere possibile. È quello che alcuni indicano come “stato di rivoluzione permanente”. Per ora comunque siamo abbondantemente al sicuro, senza un soldo e protetti dal nostro demenziale entusiasmo nel dare spazio a immagini che escono dal cuore allineato, come diceva il grande maestro Cartier-Bresson, alla mente e agli occhi.

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