Rock Economy

Oltre Celentano sono solo più affari nostri

Due sere fa ho guardato praticamente tutto lo show di Celentano. Senza alcun dubbio un leone. Un leone fossile? Può darsi. Ma non è interessante notare come ci dobbiamo rivolgere ai fossili per avere qualche idea nuova? Bob Dylan è uscito col suo ultimo CD. Una figata. Fossile. Ma una figata. Mia grande passione da piccolo Celentano, mai affievolitasi né dimenticata, ma forse accantonata, avendo seguito ben altri percorsi musicali non del tutto estranei a quelli del molleggiato, ma forse più specifici, come quello del blues. Anche se proprio Celentano ha reinterpetato queste musiche in chiave pop italiana in una maniera di cui ci rendiamo conto oggi di quanto fosse magistrale. Ma non voglio affatto parlare di musica, bensì dei messaggi trasmessi. La musica di Celentano può piacere o meno, così come la sua presenza scenica, ma quello che trovo interessante è proprio il suo utilizzare le ampie possibilità offerte dalle sue capacità e dalla sua incredibile carriera per parlare di temi che interessano tutti, anche se nessuno sa cosa fare, nemmeno lui. D’altra parte la sua presa su un pubblico vastissimo lo rende adatto a gettare sassi nello stagno. Dalla sigla del programma alle canzoni, dalla scenografia ai dibattiti, fino alla fine si sforza di scatenare emozioni in fondo represse. Certe canzoni e certe scenografie sono a tratti ingenue e nazional-popolari, e magari fanno leggermente storcere il naso ad atei, detrattori e intellettuali doc, ma è proprio tutto questo insieme che forse arriva a un risultato concreto. Ovvero dice a un vasto pubblico (garantito dall’auditel) tutto quello che moltissimi altri pensano. La decrescita felice, la sconfitta esistenziale, il flop del materialismo, il bisogno disperato di valori e punti di riferimento in un mondo che è spaventato poiché sta perdendo ciò che ha di più prezioso, se stesso. Un unico se stesso fatto di tanti noi stessi alla deriva in un mare di rifiuti di ogni genere, culturali, materiali e umani. Quasi banale. Sappiamo tutti benissimo che è così, ma nessuno sa cosa fare. Lui almeno a parlarne su larga scala ci prova. In fondo potrebbe anche lasciar perdere.

Non è un economista, giusto, infatti invita a parlare Fitoussi, che espone garbatamente la sua ricetta ragionevole, fatta di un mix di decrescita e nuovi investimenti. Condivisibilissima, peccato che poi non ci siano le persone con la sensibilità giusta, capaci e degne di metterla in pratica. Ma la mia sensazione è che comunque manchi qualcosa. Ovvero, parliamoci chiaro, in un mondo calpestato da svariati miliardi di persone, la maggior parte in povertà, con problemi logistici giganteschi sia per i ricchi che per i poveri, con avidità e follie da una parte de dall’altra, come ci si può aspettare che bastino uno show, un po’ di brave persone e degli economisti ragionevoli? Ci vuol altro, forse.

La sensazione è che ognuno debba prendersi le sue responsabilità. La felicità, con la sua inseparabile sorella, la saggezza, ha una peculiarità paradossale. È un fatto del tutto intimo e personale, dovrebbe realizzarsi “indipendentemente” da qualsiasi cosa, ma non può prescindere dal benessere di tutto il gruppo, nessuno escluso. Dovrebbe cambiare forse ognuno nel profondo, probabilmente a grande profondità, e lo dovrebbero fare tutti, o per lo meno quasi tutti. Come fare? Boh! E io che ne so. Ci sono però grandi calibri del XX secolo come Sri Aurobindo e Albert Einstein che hanno fatto alcune ipotesi. Una di queste è che l’umanità nella sua interezza debba fare un salto quantico di coscienza. Ovvero portare il livello di coscienza a uno stato superiore in modo da essere in grado di risolvere i problemi creati dallo stato precedente. Aurobindo parlava di una sorta di coscienza cellulare, ma lui stesso ammetteva di non sapere bene di cosa potesse trattarsi poiché qualsiasi specie, come insegna la teoria dell’evoluzione, non ha un’idea chiara di quale sarà la specie successiva. In ogni caso secondo lui (e anche secondo altri) ci dovremmo trovare nel bel mezzo di una mutazione. La  situazione nella quale ci troviamo può essere vista come una sconfitta…o un’opportunità per cambiare. Abbiamo in mano la possibilità di scegliere la direzione futura.

Tutto questo potrà sembrare fantaspiritualità o fantasociologia. Ma quali alternative abbiamo? Ognuno è libero di immaginare di più o di meno, ma qualsiasi cosa immaginiamo sembrano scarseggiare le vie d’uscita. Sembra che un cambiamento molto profondo di ogni singolo individuo non sia che l’unica alternativa positiva. Per immaginare quella negativa, se volete, date un’occhiata allo scritto “La crescita infelice” su questo stesso blog. Una fotografia letteraria del Brasile odierno che ho la possibilità di osservare personalmente ogni giorno. Un grande e meraviglioso paese che sta cambiando sul piano materiale e che sembra del tutto ignaro di trovarsi sulla cresta dell’onda di un’illusione, come invece appare del tutto chiaro ormai a chiunque si trovi a vivere ora qui, in Europa.

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2 thoughts on “Rock Economy

  1. Caro Mauro, quel che scrivi (a parte l’occasione di Celentano) calza perfettamente con lo sforzo che un amico poeta sta facendo proponendo il libro PAN. Te ne vorrei parlare. Così potrebbe eventualmente riprendere l’antica collaborazione. Saluti a Lidia. Antonio Labanca

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