Professionalità

Nel web, secondo “Dizionari” del Corsera (tanto per fare un esempio e tagliare corto – è la prima cosa venuta fuori su Google), si tratta di un “Complesso di qualità che distinguono il professionista dal dilettante, quali la competenza, la costanza dell’impegno, la scrupolosità ecc.”. A mio avviso l’elenco potrebbe estendersi parecchio. Comunque credo si tratti sostanzialmente del desiderio di creare un oggetto o un servizio con caratteristiche adeguate a servire a se stessi e ad altri. Il professionista, inoltre, in maggiore o minore misura, deve cercare di rendere produttivo il proprio lavoro sul piano finanziario, contenendo i costi e aumentando i benefici per se stesso o per l’organizzazione con cui lavora. Questo vale anche per i volontari che, sebbene non abbiano lucro, devono salvaguardare sul piano finanziario l’organizzazione per la quale lavorano e, comunque, devono riuscire a “mantenere” il proprio lavoro, per il quale non sono remunerati, o lo sono in misura molto contenuta, che comunque presenta indubbiamente e oggettivamente, dei costi.

Una stereotipata fotografia, reperita in Google-immagini, relativa al tema della professionalità. Un’immagine ingessata, dove sono finti persino i sorrisi. Nella realtà il mondo del management è pieno di colpi bassi, disagio e coltellate.

In realtà, nella accezione comune, del nostro sistema culturalmente schiavista, questo concetto diventa, come al solito, una trappola. Di questa idea continuo ad avere prove quotidianamente.

Questo tema si va a sommare alla miriade di altri relativi alla concezione della vita tipica del nostro sistema occidentale, industriale e produttivo. In sostanza e in parole molto povere molto spesso la professionalità è considerata una cosa terribilmente seria che non lascia spazio alla felicità, alla gioia e al divertimento. In generale i professionisti, secondo questa visione, dovrebbero essere persone incazzate, concentrate sui propri obiettivi o quelli aziendali. Persone che si prendono orribilmente sul serio il cui unico scopo, nel loro lavoro, è realizzare prodotti o servizi ineccepibili sul piano tecnico e che abbiano il massimo di rendimento con il minimo di consumo. In sostanza devono essere freddamente utili per chi li impiega e far fare soldi a chi li ha prodotti. Per i professionisti, come comunemente concepiti, la creatività deve essere incanalata secondo standard precisi e non può muoversi liberamente poiché ha obbiettivi precisi da perseguire. Soprattutto non può divertire. Anche perché, siccome non si ha la minima idea di chi e come abbia sancito gli standard di riferimento, si deve essere rigidissimi nell’esprimere la “professionalità”, visto che è facilissimo, in questa situazione, uscire da parametri fantomaticamente corretti.

Come controprova possiamo vedere che in generale quelli che se ne sbattono di questi standard e vivono la professionalità seriamente, ma come diavolo pare loro, o sono considerati dei pagliacci o dei pazzi oppure, se per qualche ragione sfondano, dei geni creativi irraggiungibili. È pieno di esempi di pagliacci, scartati nelle selezioni, che poi hanno avuto successi e carriere al di fuori della media. Solo per fare alcuni esempi molto conosciuti del mondo dello spettacolo, al di là che possano piacere o meno: Adriano Celentano, Giobbe Covatta, Lucio Battisti. Quest’ultimo poi, all’inizio rifiutato dalle case discografiche per la voce “poco professionale”, divenuto la colonna sonora delle emozioni di milioni di giovani di diverse generazioni, al punto da travalicare i limiti della musica per diventare una caratteristica culturale dell’Italia del XX secolo. Un altro è Edoardo Bennato, che negli anni ’70 dovette arrivare al 3° album per avere un minimo di riconoscimento e oggi si trova nelle enciclopedie. Ma è pieno di geni creativi che spesso, tra l’altro, hanno avuto grossi problemi di inserimento nella società e nel mondo del lavoro.

Un altro esempio interessante è Bruno Munari. Un genio creativo talmente fuori dalla media addirittura da costruire la propria “professionalità” prendendosi gioco degli standard di comunicazione generalmente accettati. Un genio tale da spaziare dalla pedagogia all’arte, dalla letteratura alle produzioni di grandi aziende come la Olivetti. Inutile dire che la Olivetti, azienda forse troppo creativa, che vantava nel suo staff calibri come Aurelio Peccei, è stata distrutta, mentre Munari, che a Tokyo può vantare un museo, postumo, di diciassette piani, con laboratori dedicati ai bambini, in Italia è a mala pena ricordato da qualcuno.

Ancora una volta, tanto per non smentirsi, il nostro sistema culturale, che fa acqua da tutte le parti, riesce, da un concetto positivo e creativo, a creare una gabbia per automi del lavoro e per la creatività. Come al solito la gioia, la felicità, il divertimento, devono farsi da parte per lasciare spazio alla noia, all’ossessione per i risultati e gli obbiettivi di “crescita”, i clienti e, in ultima analisi, il denaro. Perdendo, maledettamente come al solito, di vista che il nostro vero obbiettivo sarebbe quello di vivere per vivere con gioia e creatività per comunicare quello che abbiamo di più profondo e che solo una totale libertà, anche nel lavoro, è in grado di esprimere.

“Macchina Aritmica” di Bruno Munari – Della serie “Macchine inutili”

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4 thoughts on “Professionalità

  1. Pingback: Velati insulti e minacce al Turin Photo Festival | unaltrosguardo

  2. Pur trovando i tuoi pensieri liberi e positivi, trovo, con tutto il rispetto, una visione un po’ “romantica” della realtà. Mi spiego: nel mondo del lavoro contemporaneo mi sembra un po’ utopistico pensare di poter essere pagati per divertirsi e sviluppare la propria creatività (a meno che queste non “servano” a qualcuno). Il professionista, come citi giustamente, è chi trae profitto dalla propria attività, quindi un volontario o un appassionato non sono professionisti; che poi magari possano realizzare eventi, idee, prodotti anche migliori di certi professionisti può essere vero, ma è tutto un altro discorso. Bisogna distinguere il professionista dal porsi in modo professionale.
    Mi fa un po’ rabbia, infine, o meglio trovo ingenuo il discorso: “i critici/discografici non capiscono, guarda – segue elenco di artisti famosi – all’inizio sono stati scartati”. Gli esempi sono veri, ma non dimentichiamo che per un Battisti erroneamente scartato agli inizi ci sono stati e ci sono ogni giorni migliaia di aspiranti cantanti/attori/ballerini/altro giustamente scartati.
    Mi piacerebbe proseguire la discussione.

    • Ciao Anna. La visione “romantica” a mio modo di vedere è quella giusta. Il problema di fondo, a mio modesto parere, e sintetizzando al massimo, è il seguente: il nostro sistema sociale ha corrotto e travisato quasi tutto. Non mi interessa porre l’accento su cosa sia o non sia un “professionista”, bensì, come dal titolo del mio pezzo, cosa sia la “professionalità” intesa come qualità dell’offerta. La ragione è semplicissima:mi interessano i risultati e le cose concrete. Tanto per fare un paio di esempi. I politici sono dei professionisti? Sul piano formale sì, ma sul piano pratico sono una pletora di corrotti incompetenti. I missionari invece, tanto per fare un altro esempio, non sono considerati “professionisti”, ma se fanno il loro lavoro con amore in modo pulito e seriamente creano qualcosa di davvero importante.
      Il punto è che io sono la prova vivente di ciò che dico poiché svolgo diverse attività, alcune remunerative e altre no. Ma mi diverto dal mattino alla sera a farle tutte. La mia vita è totalizzante e non distinguo tra “lavorare” e “tempo libero”. Vivo e basta. Sono felice x il 98% del mio tempo. Le persone, te inclusa, si sono talmente abituate a vedere le cose in modo triste e legato al “dovere” e le “responsabilità” da considerare “utopistico” “pensare di poter essere pagati per divertirsi e per sviluppare la propria creatività”. In realtà c’è anche un sacco di gente che riesce a farlo. Il punto chiave è diventare liberi. Non è così semplice, ma nemmeno impossibile.
      PS: mai detto che i critici/discografici non capiscono. Dove l’ho scritto?

      • Il discorso sui discografici e critici che non capiscono era generale, non una citazione, è chiaro tuttavia che il tuo discorso andava in quel senso.
        Riguardo al divertimento, ti pongo una semplice domanda: nel momento in cui un lavoro, per qualsiasi motivo, non ti diverte più; nel momento in cui hai mal di pancia (e non è divertente) e devi consegnare un progetto cosa fai? L’abbandoni? Ti sembrerebbe un comportamento professionale?
        Mi sembra evidente che una persona professionale lavora seriamente anche quando il lavoro non corrisponde ai suoi gusti personali, se questo significa avere una visione triste della realtà, ok ce l’ho.
        Se non ho letto male, nella tua biografia ho visto che vieni da 25 anni di esperienza nella pubblicità, forse dopo 25 anni è un po’ più semplice prendersi il lusso di rifiutare un progetto in cui non ci si sente realizzati, prima òa vedo dura…

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