Grazie

Tanto per chiarire

Parte della nostra famiglia a Rio

L’altro giorno, commuovendomi regolarmente, alcune piccole bambine del nostro centro, come spesso accade, mi hanno regalato un disegnino. Oltre a figure e colori c’erano delle scritte e una diceva: “Mauro ti ammiro” (in portoghese). Niente di strano: io sono grande e grosso e loro piccole e, essendo ancora in via di sviluppo, tra le cose che, appunto, devono sviluppare, c’è il senso critico. D’altra parte chi si trova ad avere a che fare con i piccoli uno dei benefit di cui usufruisce, se è una persona sensibile, sono appunto questi piccoli-grandi riconoscimenti.

Inoltre avendo io bisogno, come molti esseri umani, di sostegno e ulteriori riconoscimenti, mi fanno estremo piacere quelli di amici che sento al telefono, incontro fisicamente oppure nello spazio virtuale del web. Ma, e lo dico in tutta onestà, li merito solo in parte. Continuo a dire che chi opera in un settore simile è più quello che prende che quello che da. È anche vero che chi sceglie simili occupazioni rinuncia con piacere all’accumulo di denaro (anche se non sempre perché in molti casi il “sociale” può diventare un vero e proprio business, ma non è il nostro caso), per godersi altre soddisfazioni. Personalmente mi trovo dove mi trovo senza dubbio per scelta, ma anche perché c’è gente in giro per il mondo che si è spaccata la schiena per creare opportunità per gli altri.

Quando sette anni fa realizzai il primo lavoro socioculturale con Lidia Urani (il libro fotografico Unaltrosguardo) avevo già esperienza in campo sociale. Ero stato educato così fin da piccolo da genitori cresciuti in Africa, in Argentina e in campagna, che avevano dovuto ricostruirsi una vita dopo il casino combinato dai nazi-fascisti nei venti anni del regime e poi con la guerra. Ho già detto che trovo queste attività semplicemente una maniera furba e divertente di vivere. Ma se oggi sto realizzando delle cose un minimo significative lo devo alla mia compagna Lidia e ai suoi scomparsi genitori che per me, oltre che suoceri, erano diventati veramente grandi amici.

Franco Urani, che aveva portato la FIAT in Brasile negli anni ’60 e ne era diventato presidente, quando raggiunse i 50 anni, alla fine degli anni ’70, coerentemente col fatto che non era più allineato con le politiche aziendali, semplicemente si licenziò. Dopo un po’ di tempo nella vita della famiglia Urani si presentò una rivoluzione. Una storia talmente profonda è incredibile che è impossibile sintetizzare in poche righe e che infatti sarà sviluppata in un libro, scritto da Franco poco prima della sua morte, sul quale stiamo lavorando per pubblicare a breve.

In estrema sintesi Franco, sua moglie Giuliana, Lidia e suo fratello André iniziarono a occuparsi sempre più assiduamente della povera gente che dimorava nella favela accanto alla loro casa. Nel tempo nacque la Para Ti, per il sostegno dei bambini della favela e delle loro famiglie, dopo che Franco e Giuliana, grazie alla loro credibilità e i loro contatti, erano riusciti a ristrutturare la comunità, anche sul piano edilizio, con un finanziamento cospicuo proveniente da UE, fondazioni USA e donatori privati.

In pratica, arrivando a Rio mi sono trovato la pappa fatta. Mi ritengo fondamentalmente un uomo fortunato. Per onorare questa fortuna, che va a braccetto con le mie idee, cerco di darmi da fare. Questo lo faccio insieme a Lidia. La verità è che ci facciamo davvero un bel mazzo dal mattino alla sera, ma ci divertiamo moltissimo. La nostra vita è piena di energia e gioia e riusciamo a occuparci di molte cose e di altre persone, senza rinunciare per niente a noi stessi. Serve avere molta energia, molta determinazione, molto entusiasmo e motivazione e molta professionalità. Ma soprattutto anche molta voglia di divertirsi e molto amore per se stessi. L’unica cosa alla quale non rinuncerò mai è girare il mondo. Posso farlo a costi molto contenuti perché ormai abbiamo amici in tutto il mondo che ci ospitano oppure che ci inviano per realizzare reportage e la maggior parte dei nostri contenuti budget li dedichiamo proprio ai viaggi.

Molti ci sostengono in questa impresa, altri ci invidiano perché credono che stare a Rio sia una passeggiata con birra e caipirinha, belle donne e begli uomini, samba e carnevale. È ovvio che questo aspetto è molto vivace, ma ci sono dei problemi enormi, molto più grandi di quanto si possa immaginare. Violenze inaudite, rapine, stupri, delinquenza, abbandono, fame, droga, malattie, disperazione a volte anche nera.

Il nostro lavoro è totalizzante e a 360°. Ci occupiamo dell’organizzazione, dei rapporti con i vicini (talvolta dei delinquenti o narcotrafficanti, spesso no, ma sempre in situazioni difficili), dei rapporti con bambini ed educatori, con viaggiatori e turisti responsabili, collaboratori, insegnanti, volontari, operai. Non esiste orario. Ma soprattutto uno degli impegni maggiori è ovviamente quello della raccolta fondi che, per ora, avviene soprattutto in Italia. Stiamo costruendo altre 8 camere con bagno per creare introiti che rendano autonoma la ONG e allo stesso tempo ci diano da vivere senza pesare sulle donazioni, come abbiamo sempre fatto fino ad ora.

Non è affatto semplice, non c’è niente di certo e scontato, non navighiamo nell’oro. Talvolta pensiamo di mollare tutto, ma, oltre a divertirci e a crederci, poiché si tratta di una scelta personale del tutto convinta, sarebbe comunque quasi impossibile in quanto significherebbe lo smantellamento materiale e culturale della vita di un’intera famiglia che per 30 anni si è dedicata a questo. Smantellamento che coinvolgerebbe anche una collezione di oggetti (di valore più che altro affettivo e culturale) raccolti in 40 anni di residenza in Brasile e conservati in una sorta di casa museo. Inoltre lascerebbe letteralmente per la strada bambini ed educatori. Unica soluzione, per l’appunto, sviluppare ulteriormente il progetto e aprirlo a viaggiatori responsabili e volontari.

Ribadisco che si tratta di una scelta serena e che continuiamo a divertirci molto e a non rinunciare ai nostri viaggi e reportage in giro per il mondo.

E veniamo al dunque. Personalmente sono molto attivo sul piano della comunicazione, come molti amici hanno potuto rendersene conto. Sono cresciuto fin da piccolo con una grande inclinazione (incoraggiata) alle relazioni, al commercio, alla comunicazione e alla condivisione. Internet rappresenta un grande strumento per tutto questo, ma anche le relazioni fisiche personali. Ma il motivo per cui mi dedico molto a questo non è solo la soddisfazione personale, il nutrimento dell’ego (senza dubbio anche lui vuole il suo pizzo), la raccolta dei fondi. Bensì sono talmente convinto del benessere che sviluppano attività simili che cerco di diffondere l’idea di Unaltrosguardo per coinvolgere sempre più persone come volontari, viaggiatori responsabili, sostenitori. Non si tratta di questioni solo economiche, ma al contrario di faccende umane. In poche parole sono convinto che, come insegnano moltissime scuole di pensiero, guarda un po’, sia religiose che atee, occuparsi degli altri non solo fa bene alla salute e allo spirito, ma all’intero pianeta. Ovvero: non è una tattica “per stare meglio”, ma una strategia per cambiare. E se c’è una cosa di cui abbiamo tutti un estremo bisogno è proprio il cambiamento. Non si tratta di “aiutare gli altri”, nemmeno un po’, ma di avere la furbizia di “crescere insieme”, in una continua osmosi umana-culturale che fa bene a tutti, ricchi e poveri, orientali e occidentali, gente della terra e gente di tecnologia.

Per questa ragione mi do tanto da fare (senza alcuna fatica e con molto gusto) a scrivere e pubblicare. Per coinvolgere nel cambiamento. Quelli che stanno peggio sono quelli che non riescono a operare scambi con gli altri. Addirittura essere “costretti”, non da qualcuno, ma dalla vita stessa, a cambiare non è una condanna, ma una grande opportunità.

Le cose, osservate in questo senso, si mettono molto bene, qualsiasi sia la situazione.

Per tale ragione tutti i giorni cerco di godermi la vita (molto spesso con successo) e ringrazio tutti quelli che “ci provano”, primi fra tutti i miei suoceri, Franco e Giuliana, che hanno avuto il coraggio di fare una “rivoluzione umana” che ha letteralmente coinvolto decine e decine di migliaia di persone in 30 anni, me compreso. Franco e Giuliana li chiamo “guerrieri di pace”.

Ringrazio tutti quelli che hanno la pazienza di seguire i miei scritti e i nostri lavori perché ci danno un grande sostegno.

Franco e Giuliana

Giuliana con una delle bambine di Para Ti

Lidia e Mauro

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One thought on “Grazie

  1. Avervi incontrarti è per me un grande onore. Non siete tanti nel mondo ma siete “tanto” . Vi seguirò con gioia, cercando Di sentirmi parte della vostra grande famiglia. Vi ruberó ogni giorno un pizzico semplicità, un pugno di energia ed una marea di serenità!!!! Tania

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