Metropolis

Mai più automi come nel film di Fritz Lang, mai più a 90 gradi

MAURO VILLONE – fotografie di LIDIA URANI

Se per ipotesi immaginiamo di fare un viaggio intorno al mondo in aereo, solo toccando grandi centri. Che so, per esempio da Parigi a Roma, poi a Istanbul, Dubai, New Delhi, Bangkok, Sidney, Santiago, Buenos Aires, Caracas, New York e infine di nuovo Parigi. E immaginiamo ancora di dedicare non più di uno, due giorni per ogni città, girando solo per il trafficato centro di ognuna. Alla fine, oltre a un jet-lag della madonna, avremmo anche la sensazione che il mondo sia un formicaio gigantesco, strapieno di persone, e non faremmo nessuna fatica a capire cosa significa essere 6 o 7 miliardi di individui che circolano per il pianeta.

Città, cittadine, metropoli sono i centri, pieni di persone, nei quali vive una cospicua parte del genere umano, circa la metà. I centri urbani stanno crescendo a dismisura e con una velocità tale da indurre economisti, ingegneri, architetti, fisici, antropologi e altri esperti a formulare il concetto di megalopoli: mostri urbani di proporzioni gigantesche e avveniristici nei quali una tecnologia sofisticata dovrebbe essere in grado di fornire servizi adeguati per assembramenti di decine di milioni di persone. Acqua, luce, gas, scarichi, raccolta e smaltimento rifiuti, trasporti, scuole, uffici, rifornimenti e molto altro per milioni di persone, tutte legate allo stesso territorio. In realtà metropoli di enormi proporzioni esistono già. Per esempio San Paolo del Brasile, Città del Messico, Tokyo si sviluppano già su estensioni di territorio enormi, con circonferenze di 200-250 chilometri e 15/20 milioni di abitanti. Ma le megalopoli sono ben altra cosa, possono coinvolgere città grandi, ma relativamente contenute, come Milano e Torino, fino a metropoli già gigantesche come Rio e San Paolo. L’unica cosa che potrebbe attualmente rendere realmente operative le megalopoli è l’alta velocità. Già oggi, chi se lo può permettere, si sposta in aereo o in elicottero. San Paolo, per esempio, è la città più piena di elicotteri al mondo. Naturalmente questi sistemi, sebbene meno inaccessibili di un tempo, riguardano soprattutto i ricchi e i benestanti e poi i trasporti via aria richiedono tutta una serie di servizi accessori, come per esempio gli aeroporti, che non sono uno scherzo sia sul piano dei costi che su quello logistico. Ciò che potrebbe rendere “reali” le megalopoli sono i trasporti ad alta velocità su rotaia, più facili da gestire sul piano logistico per andare da un centro a un altro. Le grandi città sono già dotate di metropolitane, mentre i treni ad alta velocità hanno già iniziato ad avvicinare centri come Torino e Milano. Il tunnel sotto La Manica per esempio, fu concepito proprio per rendere “vicine” Parigi e Londra. Ma non ha funzionato troppo bene e capire il perché non è così immediato. Sta di fatto che l’esercizio è in perdita e la gente non usa questo servizio volentieri. Potrebbe banalmente essere dovuto al fatto che il tunnel è impressionante e fattori psicologici, alimentati da incidenti avvenuti qua e là in Europa, certo non invitano a ficcarsi la sotto.

La smania di costruire una linea ad alta velocità tra Milano-Torino e Lione e poi Parigi è in parte dovuta al fatto che, secondo il ragionamento che ho appena esposto, non c’è niente di più logico che aprire una via ulteriore, adeguatamente tecnologica, tra l’Italia e il resto d’Europa. Il mondo va verso le megalopoli e questo è il modo tecnologicamente ed economicamente corretto di prepararsi e adeguarsi. Ebbene: sono un sacco di balle per mettere il popolo, ancora una volta, a 90 gradi, come dimostrerò subito se avrete la pazienza di continuare a leggere.

Il ragionamento che ho esposto poc’anzi non fa una piega, sembra assolutamente logico. È ovvio: per inculare la gente non è che ci si possa improvvisare, bisogna essere anzitutto convinti e poi avere i mezzi culturali, tecnici e finanziari per attirare più gente possibile dalla propria parte.

E ora attenzione. Il trucco di creare assembramenti disumani come enormi metropoli ha funzionato per secoli, anzi, millenni. Le città possono rivelarsi luoghi molto interessanti, per quanto caotiche, inquinate, pericolose e nevrotizzanti possano essere. Molta gente ci va volentieri. Ricchi, benestanti e intellettuali per fare soldi, divertirsi, lavorare, fare arte e cultura, comunicare. I poveri per vivere dei rifiuti che lasciano i ricchi o per fare loro da schiavi. In realtà sia ricchi che poveri sono entrambi schiavi di questo sistema, come avrò modo di dimostrare in successive occasioni, ma per ora non voglio allontanarmi troppo.

Le città, come dicevamo, sono senza dubbio interessanti, fin dall’antichità, ma sono anche dei centri di trasformazione di valori in senso negativo. Sono utili a concentrare masse di persone sempre più grandi per poterle controllare più agevolmente. Sono anche laboratori di decadenza, come più volte dimostrato dalla storia. Questo non significa che non possano essere utilizzate con profitto, ma spessissimo (statisticamente probabilmente in altissima percentuale) risultano ridurre i propri abitanti nell’incapacità di viverne al di fuori e sempre più lontani dal proprio vero io, anche se spesso se ne accorgono troppo tardi. Spesso accade che qualcuno voglia affrancarsi da questa sudditanza. Anche in questo caso le disponibilità finanziarie possono determinare il tipo di scelta. Chi può permetterselo, e se le condizioni geografiche lo consentono, si può spostare in un luogo ameno nei pressi della metropoli (come per esempio i ricchi odierni sulla collina di Torino o i ricchi dell’antica Roma sui colli nei pressi della città), chi non può, si deve accontentare di trovare un buon posto dove stare a maggiori distanze oppure, più difficilmente, decidere di rinunciare alla città e cambiare totalmente stile di vita.

E ora lasciamo un attimo le città e vediamo il resto. Se di nuovo immaginiamo di spostarci intorno al mondo, anziché in aereo, questa volta con auto, bus, treni a bassa velocità, carri trainati da buoi, cavalli, biciclette, moto o, infine, a piedi, ci accorgeremmo che le città coprono una non minima, bensì minuscola parte dell’intero pianeta. Ci accorgeremmo che in realtà il mondo è ancora largamente spopolato, che esistono territori di estensioni gigantesche senza nessuno che ci abita. Ci accorgeremmo inoltre che grandi porzioni di queste aree sconfinate, nonostante la bellezza di  molte città, sono costituite da paesaggi meravigliosi e mozzafiato. Ma non solo. La gente che vive sparsa in questi territori generalmente vive meglio, più serenamente, meno attaccata da malattie di varia natura, in una parola, maggiormente in armonia con se stessi e con la terra. Una delle più grandi menzogne di cui siamo vittime è proprio l’avanzamento tecnologico in cui vogliono farci credere di trovarci. Vogliono altresì farci credere che tale tecnologia sia necessaria, che non se ne possa fare a meno, che sia di interesse per tutta l’umanità. Non è assolutamente vero, anche se Google Earth mostra l’impressionante scenario di un mondo totalmente fotografato dai satelliti. Una tecnologia, tra l’altro, nata per lo più da esigenze militari, esattamente come Internet. Chi vive in città tende a credere che la tecnologia sia imprescindibile, utilissima e democratica, invece il mondo è strapieno di situazioni estremamente arretrate sul piano tecnologico e incredibilmente più felici su quello umano e spirituale. Non dico che si tratti di società perfette e prive di problemi, probabilmente ne hanno parecchi. Ma questo non autorizza a credere, al di fuori di ogni dubbio, che il mondo sia o debba essere “avanzato” tecnologicamente e, soprattutto, che questo sia necessario per migliorare la qualità della vita. È verissimo che la rete, l’informatica e i trasporti odierni hanno regalato all’umanità grandi vantaggi, ma è anche vero che tutto questo ci sta portando alla depressione, al cancro, all’infelicità. Ma soprattutto ci vogliono far credere che sia tutto inesorabilmente così. Sono balle. La maggior parte del pianeta è ancora selvaggia, sebbene devastato dalla plastica e altre schifezze simili. Ci sono addirittura aree largamente inesplorate e disabitate e aree abitate, ma che vivono, alla faccia dei tecnocrati, in situazioni che sembrano ferme a 200 anni fa e anche oltre. O addirittura selve dove si trovano tribù incontattate (e tra l’altro minacciate) ferme al paleolitico, ma che stanno assolutamente benissimo. Vogliono farci credere che stiano male e vivano nella miseria, ma non è assolutamente vero. Questo accade quando quel mondo antico è attaccato, minacciato, aggredito dall’esterno, da quella che per l’appunto crede di essere la cultura della ragione e del benessere.

La cosa incredibile è che per trovare situazioni “non urbane”, anche se servite comunque in parte da tecnologia, non è nemmeno necessario andare troppo lontano. Ad esempio basta la Val di Susa vicino a Torino. Questo spiegherebbe anche il motivo per cui chi vive lì, magari per scelta, per avere i vantaggi della natura e non quelli della metropoli, si incazzi tanto se si vede passare davanti un mostro tecnologico che interessa le città e non certo le campagne, anzi probabilmente creandovi solo dei disagi. In boschi appena al di fuori da grandi città in tutto il mondo ci si può ancora tranquillamente perdere.

Non voglio certo dire, tanto per giocare d’anticipo su obiezioni idiote, che la tecnologia sia del tutto negativa e non vada utilizzata, anzi. Il problema è che mancano equilibrio e banale buon senso. Anche un videogioco può essere divertente o persino utile per scaricare la mente, è quando diventa un’ossessione, se non addirittura una droga o, peggio, un oggetto di culto, che sorgono i problemi. E questo vale per qualsiasi cosa, dalle automobili a Facebook, dagli i-Phone ai telescopi spaziali. Va tutto bene, ma queste cose non sono né la nostra vita, né le soluzioni di tutto, né tantomeno oggetti di culto.

Ma l’enorme presa per il culo di cui siamo tutti vittime (anche chi non vive nei pressi di zone interessate dall’alta velocità come me, poiché la presa per il culo è globale) non è tanto che circa la metà della popolazione del pianeta non vive affatto in città, ma che più della metà invece vive in slum, ghetti e favelas di ogni tipo. E come se non bastasse anche i molti che, come me, hanno la fortuna di passarsela un po’ meglio, non beneficerebbero minimamente dell’alta velocità, né di molti altri servizi tecnologici o perché non ne hanno bisogno o perché comunque non ci potrebbero arrivare con i mezzi finanziari di cui dispongono. In realtà però chi vive nei suddetti slum è una manna per le compagnie telefoniche che regalano cellulari e mangiano come cannibali sulle schede ricaricabili a 5 euro per volta. Ha funzionato con i telefoni e ora tutti si affannano a “rendere accessibile lo sviluppo” ai poveracci non perché sia una cosa buona, ma perché così si trasformano in consumatori, creando “nuovi mercati” da soddisfare (e saturare).

In poche parole questo significa che lo sviluppo tecnologico, che usato con buon senso e democraticamente sarebbe interessantissimo, serve nella realtà odierna a beneficiare solo ed esclusivamente una sparuta minoranza di ricchi e di padroni che sono inoltre stati abbastanza abili da convincere i poveri schiavi delle classi medie e basse che fanno loro da servi, dell’utilità di opere costosissime o di ammennicoli a basso costo. L’essenziale è vendere e far consumare. Opere e ammennicoli sono del tutto inutili per le vere felicità e libertà, ma utilissime per continuare a perpetrare il sistema schiavista, repressivo e oscurantista. Quelle che scrivo sembrano essere un mare di cazzate superficiali e sovversive, ma chi ha avuto, come me, la volontà, l’impegno, la sensibilità e la fortuna di approfondire e di sperimentare altre possibilità e altri stili di vita (dopo aver lavorato per 15 anni nel settore pubblicitario si badi bene), ha potuto rendersi conto di tutto ciò con estrema chiarezza. Ma mica ho finito.

La prima idiota obiezione che tentano di muovere nei miei confronti quando dico, scrivo o pubblico queste idee è che io sia un ipocrita benestante assolutamente incosciente delle necessità di sopravvivenza del popolo. Due righe per demolire queste puttanate. In primo luogo semplicemente riesco a procurarmi il poco che mi serve per vivere, come cazzo mi pare, in maniera libera e autonoma. Lo stesso dicasi per effettuare il fund raising che mi serve per realizzare le attività sociali e culturali che ritengo utili. In secondo luogo ho potuto osservare in giro per il mondo a partire dalle vigne dietro Torino, la mia città natale, per arrivare ai confini del mondo, comunità di persone che vivono in semplicità, poco servite dalla tecnologia o del tutto prive. È assolutamente possibile vivere benissimo contenendo enormemente i costi e facendo cose belle e costruttive ugualmente. Anzi forse persino di più. Ci hanno abituato a credere che tutto il sistema capitalista di produzione, marketing e consumi planetario sia un buon compromesso per una popolazione in continua crescita. Non ne faccio affatto una questione politica, ideologica ed economica, ma di buon senso. L’apparenza è che negli ultimi decenni le condizioni di vita siano generalmente migliorate, ma in realtà non è così. Siamo sempre più controllati e schiavizzati. La gente povera e più libera che ho citato poc’anzi e che per decenni e secoli ha vissuto benissimo nella propria semplicità, grazie alla penetrazione capillare dei media, ovviamente in particolare della televisione, viene convinta da un sapiente mix di marketing culturale, istituzionale e di prodotto, di non stare troppo bene e di avere bisogno di cose che, se non servono a nulla, ma proprio a nulla per la felicità (sono anzi controproducenti), servono ancora meno sul piano filosofico e spirituale. Sono cose e servizi che rimbecilliscono e allontanano enormemente dai veri valori che queste comunità storicamente avevano. E che avevamo tutti. Non sto parlando di mia nonna e dell’800, bensì di tempi molto remoti, nei quali la consapevolezza di appartenere alla madre terra non era ancora venuta meno. Recenti rivisitazioni della storia (e di ciò che erroneamente viene chiamato pre-istoria) fanno sempre più luce su periodi lunghissimi, di 100.000 anni e oltre in cui il genere umano ha vissuto in piccoli gruppi, in armonia con la natura e, probabilmente, anche con dimensioni al di fuori dell’ordinario che oggi non siamo più nemmeno in grado di percepire.

L’armonia delle nostre comunità rurali europee e poi di quelle asiatiche, sudamericane e via dicendo, non era che il rimasuglio di antichissime culture ed è stata distrutta dallo “sviluppo”. Addirittura in epoca coloniale venivano introdotte strategicamente malattie e alcolismo presso le comunità indigene per poter poi usufruire del loro territorio a piacimento. Alcuni osservatori dotati di normale buon senso rimanevano sbigottiti di fronte alla violenza perpetrata dai “conquistatori” ai danni di indigeni di ogni dove per sterminarli sistematicamente. Non voglio affatto dire che “prima si stesse meglio”. Ma quanto c’era di positivo in stili di vita più vicini alla natura e all’umano e che senza dubbio si trovava accanto a problematiche materiali, relazionali e di altro tipo, è stato strappato senza tanti complimenti come una buona pianta insieme all’erba cattiva. Per lo sviluppo stiamo pagando un prezzo altissimo, forse inaccettabile, e soprattutto, non si potrà più probabilmente tornare indietro.

Tornando al presente ho inoltre  la netta sensazione, anche se per ora non ne ho le prove (ma ci sto lavorando), che il sistema di distruzione citato prima utilizzato in epoca coloniale sia ancora in atto, con altre modalità. Ho il sospetto che l’introduzione di droghe devastanti come il crack, la merla e la noia (avrò modo in altre occasioni di spiegare cosa sono) non sia solo una faccenda di business, ma proprio una strategia per rincoglionire fasce “non più utilizzabili” di popolazione. Ovvero fasce già compromesse dalla miseria e dal disagio culturale a tal punto che non si saprebbe più come fare a introdurre nel sistema di mercato. Utilizzabili però per consumare droghe da 3 euro alla dose con le quali oltretutto in poco tempo li cancelleranno dalla faccia della terra. Non stiamo parlando di quattro cannette, e l’eroina è ormai un lontano ricordo. Le droghe odierne sono totalmente sintetiche, micidiali intrugli chimici che danno assuefazione dopo pochissime assunzioni (per alcune ne basta una sola), costano pochissimo e devastano l’organismo rapidamente in cambio di qualche decina di minuti di miserabile euforia per disperati. Vengono immesse nel mercato nero droghe sempre peggiori e che costano sempre meno. Nelle zone rurali del Brasile si trovano droghe (bada bene studiate e sintetizzate nelle grandi città e trasportate in loco) di cui una dose può costare 5 Reali (meno di due euro).

Ovviamente il sistema è tutto impegnato a farci credere che la responsabilità sia “solo” dei disgraziati tossici, della microdelinquenza, dei narcos e delle mafie di tutto il mondo. Mentre la mia netta sensazione è che non sia affatto così. Se non tutti, molti governi sembrerebbero ben contenti di veder minare l’integrità psicofisica di giovani e meno giovani, comunque di poveracci, per liberarsi rapidamente di feccia inutile da sfamare e gestire. Mi rendo conto che si tratta di un’accusa che può sembrare un’enormità, ma ve lo ricordate quel tizio…Benito, che diceva: “più morti, più spazio”? Oltretutto dei rincoglioniti da droghe, televisione, calcio, moda a buon prezzo, cellulari e videogiochi sono comunque più facili da gestire.

E se, per quanto riguarda i governi, non si tratta di una strategia feroce scientemente applicata, qualcuno è in grado di spiegarmi per quale ragione non fanno nulla, assolutamente nulla, per il diffondersi rapidissimo di crack e affini non solo in grandi città di tutto il mondo, ma anche in piccoli centri, spesso meravigliosi e, addirittura, in comunità indigene o rurali, che fino a poco tempo fa hanno vissuto in pace e armonia? Se i governi avessero a cuore le condizioni del proprio popolo, specie le fasce più povere, che spesso sono portatrici di antiche culture e, soprattutto, del legame con la terra, si occuperebbe a fondo di questo problema, anziché della creazione di dighe, ponti su stretti, centrali idroelettriche e piattaforme petrolifere che, ancora una volta, andranno a vantaggio dei consumi e delle fasce più benestanti. Sarebbero solerti come lo sono nel manganellare manifestanti particolarmente vivaci in ogni occasione. Posso osservare con i miei occhi come il popolo del Brasile, specie i più giovani e i più poveri, siano totalmente abbandonati a se stessi e all’interesse di poche iniziative sociali, senza fini di lucro, incredibilmente private e, tra l’altro spesso, questo va detto, di matrice italiana. Girando per il paese è facile trovare scuole nuove e bellissime dove mancano i professori e centri di salute scintillanti dove mancano i medici. Tutto quello che lo stato sa fare, per salvare la faccia in attesa di Mondiali e Olimpiadi, è diventare assistenziale con la borsa famiglia e altri aiuti che hanno indotto molti a smettere di lavorare e di produrre per esempio artigianato artistico di alta qualità, come avevano fatto per decenni. In realtà quello di cui avrebbero bisogno le comunità rurali è cultura. Cultura e amore che li inducessero a capire che il paradiso nel quale si trovano va salvaguardato e che non hanno alcun bisogno delle schifezze vendute nei mercatini o di quelle sventolate a destra e a sinistra dalla televisione. Cultura e amore che li aiutassero a capire che “patrimonio dell’umanità” è l’umanità stessa, sono loro stessi, siamo noi stessi. Cultura e amore che dessero loro fiducia nelle proprie capacità, nelle possibilità intrinseche della propria genia e del loro territorio, del valore delle loro culture antiche come il mondo e, semplicemente, della loro vita. Cultura e amore. Avete capito? E non la crescita materiale di cui parla il cyborg Monti, che serve solo a salvare i ricchi e le banche. Facendoci credere che il benessere del sistema produttivo-finanziario sia il benessere del singolo individuo e delle comunità più modeste. Balle. Se i governi volessero la piaga della droga sparirebbe in poche settimane e quelle della mancanza di cultura e di lavoro in pochi anni. Ma meglio avere dei rimbecilliti infelici costretti a comprare droga e moto a rate per alleviare la propria disperazione che non persone sicure di se e colte, capaci di andare in profondità e quindi in grado di mettere in discussione tutto il sistema. Cosa che di certo non potrebbe fare comodo a organizzazioni pilotate dalla corruzione. Ovvero organizzazioni dove anche chi è onesto e crede in quello che fa viene prima o poi stritolato per forza dai meccanismi che tutti conosciamo. Lo sanno tutti che è così, ma sembra che la maggior parte preferisca subire in silenzio.

Questo discorso ovviamente non riguarda solo il Brasile e l’Italia, ma tutto il mondo. Parlo spesso di questi due paesi solo perché qui ho modo di osservare più da vicino certe situazioni. Giovani e meno giovani hanno bisogno di amore, cultura, attenzioni, presenza, valore. E non di dighe, aerei, treni ad alta velocità, ponti su stretti, mercati finanziari dei miei coglioni. Questo non credo che i governi corrotti lo accetteranno mai. Cari capi di stato che parlate di “Crescita”, dando per scontato che si debba trattare solo di crescita finanziaria, di produzione, di consumi e materiale. Benissimo. Ma possibile che non riusciate a vedere che la crescita di cui avremmo tutti bisogno, voi compresi, sarebbe anche, e soprattutto, quella umana, culturale e spirituale. Voci che di sicuro non troveremo mai ai primi posti di qualsiasi bilancio.

Ma in realtà siamo noi che dobbiamo smetterla di starcene comodamente a 90 gradi, alzarci e combattere per la nostra libertà. E smetterla una volta per tutte di combattere come imbecilli battaglie non nostre. Non è ancora tutto perduto. Non è mai troppo tardi. Anzi, è il momento buono! È sempre il momento buono! Ed è del tutto inutile demandare continuamente ad altri il cambiamento. Inutile sperare nel leader, nel partito, nell’ideologia, nel movimento, nella bandiera, nell’associazione, nei compagni, nella grande organizzazione, nell’ONU, nell’UNICEF, nella persona onesta, nel guru, nella zia, nella polizia, nei cantanti, in Sting, in Dio, nel pugno di ferro, nello scrittore o nel guitto televisivo che dice cose che ci fanno stare meglio e sentire meno soli. I filosofi poi, quelli che dicono cosa e come si deve pensare, parlano solo fra di loro, essendo per le persone comuni del tutto astrusi i loro discorsi. Che i loro pensieri servano a loro poi è tutto da dimostrare, visto che le loro vite non è che siano migliori o peggiori di quelle di altri. Ricordiamoci che uno come Nietsche, tanto per fare un esempio, alla fine si è suicidato.

Il conseguimento della libertà e della felicità sono una faccenda del tutto personale tra noi e la nostra vita e al tempo stesso tra tutti noi e le nostre vite, in un intrecciarsi meraviglioso e incomprensibile di destini. Ma ognuno deve prendersi la sua responsabilità. Ognuno può e deve trovare il suo cammino che porta a destinazione autonomamente, a patto che si sappia armonizzare profondamente con l’intrecciarsi di cammini universale. Chi cerca questo tipo di illuminazione non dovrebbe nemmeno sperare nei maestri, perché non è certo compito loro toglierci le castagne dal fuoco. Questi possono probabilmente però indicare una direzione. Quando lo fanno alcuni parlano di abbandono alla legge dell’universo, altri di amore incondizionato, altri dell’osservazione della propria mente, altri ancora di armonia, nessuno ha mai parlato di competitività, investimenti, possesso, alte tecnologie e sviluppo economico. Persino Keynes, grande e ricco uomo d’affari e grande economista, aveva consapevolezza dell’effimero. Egli sosteneva che il “bene economico”, così come lo concepisce la nostra cultura, non è una verità assoluta, ma un concetto temporaneo, che in altri tempi e altre culture non c’era, e un giorno nuovamente non ci sarà più.

Abbiamo il diritto di sperare, alla faccia dei cinici e di chi è subito pronto ad inveire contro le utopie, che possa esistere la possibilità di una vita diversa. Un mondo, come diceva un monaco buddista del XIII secolo, dove la pioggia non romperà più le zolle di terra e gli uomini vivranno vite lunghe e realizzate, in armonia con la terra e la natura.

NOTE

Alla lecita domanda: perché uso tante parolacce? Rispondo: danno enfasi al discorso, sono divertenti, liberatorie. E soprattutto sono strategiche per dare un’idea del disappunto profondo per il casino in cui ci troviamo. Non dimentichiamoci che ci sono anche persone che ci stanno lasciando la pelle.

Alla domanda: perché scrivo queste cose e non mi faccio gli affari miei? Chi mi credo di essere? La risposta è duplice. In primo luogo sono affari miei, come sono affari di tutti e sento l’irresistibile desiderio di esprimermi, scrivere, comunicare. Molto semplicemente, mi diverte. Molto più seriamente poi, ritengo che queste idee, che di certo non appartengono solo a me, siano da diffondere il più possibile per arrestare questo terribile sistema cannibalico che ci sta fottendo tutti, proprio perché ci hanno abituati a credere di non essere nessuno. E che sia addirittura ridicolo, banale, ipocrita e ingenuo parlare di tutto questo. La cura? È semplice. Parlandone il più possibile e comunicando tra persone di valore (che sono moltissime) stanche di questo andazzo e di stare a 90 gradi, posizione che nei primi minuti può sembrare comoda, sexy e divertente, ma che col tempo logora. E soprattutto cominciare a credere fermamente che la vita di ognuno di noi, di tutto il pianeta, di tutto l’universo hanno un immenso valore. Qualcosa dovrà succedere per forza.

Le foto sono di Lidia Urani e fanno parte di un nostro ampio lavoro sui villaggi sperduti del nord-est del Brasile, dove pescatori e agricoltori vivono in povertà, libertà e armonia in territori straordinari e incontaminati, da dove non hanno nessuna intenzione di emigrare. unico disturbo la “crescita” selvaggia del corrotto governo brasiliano.

mauro.villone@gmail.com

Annunci

2 thoughts on “Metropolis

  1. sono perfettamente d’accordo su quanto hai scritto, e non posso fare altro che confermare la schifezza che ci viene continuamente propinata da gente senza scrupoli e che purtroppo hanno le leve del comando e delle comunicazioni x il lavaggio dei cervelli delle masse.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...