Il modo in cui Filippo incontrò la morte nei vigneti del Roero

“Quando la tigre dell’impermanenza ci ruggisce all’orecchio” (Nichiren Daishonin), ovvero quando la morte di una persona cara o un animale o qualche altro evento ci impone la riflessione sull’impermanenza è il momento in cui una grande crescita si profila all’orizzonte della nostra vita. La semplicità e l’abbandono sono probabilmente la meditazione adatta. “Il regno di Dio è già in mezzo a voi” – aveva detto un tizio ebreo che portava, si dice, capelli lunghi, aveva la carnagione scura e atteggiamenti che il regime dell’epoca seguiva con molta attenzione. Non lo riporto da cattolico, anche perché non lo sono, bensì da lettore curioso, da viaggiatore, da cercatore di poesia. Mi ha sempre affascinato profondamente l’idea che il regno di un qualche dio fosse già presente sulla terra e bastasse spostare lo sguardo o forse aprire il cuore o, più semplicemente le orecchie, per vivere profondamente, consapevoli della meraviglia che già è qui ed ora, senza dover fare niente di speciale. Magari innaffiare con del vino del pane abbrustolito con sopra un po’ d’olio d’oliva, in compagnia di una dozzina di amici, pescatori o contadini. Il racconto che segue fa parte del libro che sto preparando sul tema della Libertà e precisamente della parte che riguarda la semplicità. Ho deciso di condividerlo ora sul web poiché credo sia emblematico, in questo momento, in cui siamo costretti a pagare un prezzo troppo elevato per quello che chiamano “sviluppo”. Le cose cambiano, ed è giusto che sia così, ma ci sono molti modi per cambiare. A mio modesto parere la strada che abbiamo intrapreso da una trentina d’anni a questa parte sembra devastare molto di quanto c’era di buono e umano nelle nostre diverse culture su tutto il pianeta, lasciando in cambio sì tecnologia e comodità, la cui utilità d’altra parte è opinabile, ma anche grandi vuoti sul piano spirituale e umano. Ho riflettuto a lungo sulle esperienze mie e di amici nel corso della mia vita e sempre più sono convinto che le persone più felici, e che danno di più a se stessi e agli altri, sono quelle semplici. Quelle che fanno poco rumore, che affollano il pianeta, ma non si sentono poiché spesso anziché creare problemi li risolvono. È molto più facile accorgersi di un’aggressione che di cento atti d’amore silenziosi. È facile che persone felici siano quattro pescatori che si tengono compagnia al chiarore della luna in una notte d’estate o quattro amici che bighellonano senza meta nel mondo tra amore ed emozioni o due amanti solitari in una notte d’amore o di follia. Più cose del genere che non chissà quali incredibili feste, magari in ville o su barche scintillanti. Non ci credo proprio alla felicità del denaro, del possesso e del potere. Questo racconto invece parla di cose per me semplicissime, povere di tecnologia e straricche di umanità. Si svolge in Italia, in Piemonte. Avrò modo in altre occasioni di raccontarne altre, vissute un po’ ovunque.

Correva l’anno 1963 quando mio nonno, il padre di mia madre, stava per morire di cancro alla gola. Era un appassionato della vita, della natura, di agricoltura, del buon cibo. Una persona che, come molti, amava gustarsi la vita. E se l’era anche gustata a onor del vero. Infatti lui amava sostenere che la sua malattia era la punizione per tutte le idiozie che aveva fatto nel corso della sua non comune esistenza. Nacque in Argentina, come pure mia madre. Aveva fatto il gaucho, teneva una hacienda, con 3.000 capi di bestiame. Ho pochi ricordi di lui poiché morì quando io avevo appena 5 anni. Poco prima di morire si affaccendava nella sua azienda chimica di Torino per preparare i tessuti che avrebbe utilizzato per costruirmi una tenda da indiano…un teepee. La tenda avrebbe avuto 4 lati, ognuno con un colore diverso. Su ogni lato ci sarebbe stata una figura diversa, perché il nonno era anche un pittore, oltre che un fotografo. I disegni raffiguravano un calumet della pace, il volto di un capo indiano incorniciato da un diadema di penne, un paesaggio sconfinato, un cavallo. I simboli della libertà india, perduta. Come ora, dopo quasi 50 anni, è perduto ogni più piccolo brandello di quella tenda. Il nonno morì prima di riuscire a completarla. Ma per fortuna mio padre sapeva fare qualsiasi cosa con il legno, il cartone, i tessuti e qualsiasi altro materiale che si possa rinvenire in una discarica. Mio padre era cresciuto in Africa Orientale perché l’altro mio nonno era un ufficiale di stanza in Eritrea. L’Italia aveva perso la guerra e così papà iniziò il suo cammino verso la nuova era con un anno in campo di concentramento dove si imparano un sacco di cose. Fece poi il calzolaio, il restauratore, il falegname, il burattinaio e l’operaio. E avendo fatto anche il pittore e il disegnatore completò lui il progetto del nonno, suo suocero. Avemmo così la nostra tenda. Tutto questo avveniva nella casa in campagna che mio padre era riuscito ad acquistare negli anni sessanta con alcuni artifici finanziari e con lo sfruttamento organizzato di manodopera di diversi amici e parenti. Alcuni amici gli presentarono il proprietario di una vecchia bicocca fatiscente che si trovava sulle colline vicine all’abitato di Canale d’Alba, un paesino ridente dell’antica Contea dei Roero, in Piemonte, in quella che chiamano Provincia Granda, la più grande d’Italia. La cascina si trovava tra altre in un lungo fabbricato rurale dove c’erano altre tre famiglie. Era un caseggiato tipico delle campagne piemontesi, con un’aia antistante, dall’altra parte della quale si trovava un altro lungo caseggiato, costituito dalle stalle sovrastate da fienili. L’aia di queste tipiche costruzioni è esposta a sud ed è sempre assolata di pomeriggio, mentre dietro la casa si trova sempre, tipicamente, un boschetto di alberi da frutto, magari un giardino o un piccolo orto. Questi piccoli capolavori, prodotti nient’altro che da sana, quotidiana saggezza popolare, oggi sono di moda e valgono una fortuna, ma allora chi andasse a comprare o anche solo a soggiornare in posti così era considerato uno con strane idee.

Il territorio era collinoso, coperto di boschi e di vigne sui declivi e di frutteti e campi coltivati a fondo valle. I paesaggi erano costellati di fabbricati rurali sparsi qua e là e immersi in un silenzio rotto solo ed esclusivamente dal muggire delle mucche affamate all’ora di pranzo e cena, dai cinguettii, dall’abbaiare lontano di un cane, dal cigolare delle ruote di qualche carro di passaggio, dal raglio di un asino. Sì, proprio di un unico asino, quello di proprietà del vecchio Malin. Entrambi, l’asino e Malin, erano conosciuti in tutta la zona. L’asino per il raglio e Malin per il suo stile di vita totalmente grunge e per il suo amore per il vino. Un altro suono che rompeva il silenzio era il vociare ovattato proveniente da gruppi di persone nei campi o nei pressi di qualche casolare. La materia di cui era fatto quel posto solo a un attento esame era distinguibile da quella di cui sono fatti i sogni. Ma per noi bambini non faceva differenza alcuna, svegli o addormentati, non cambiava assolutamente nulla. C’erano sempre territori da esplorare, boschi interminabili da penetrare, liane per dondolare, fate con cui parlare, adulti da cui fuggire. I miei genitori avevano molti amici, ognuno con la sua specializzazione in qualcosa, ed ecco che la stamberga ben presto si trasformò in albergo, con gente che andava e veniva, per i lavori o per vacanza o per diletto. Non fu un’impresa facile. La casa era veramente totalmente abbandonata da anni. Il problema non era tanto lo stato delle pareti ammuffite e delle macerie che vi si trovavano qua e là e nemmeno la “selva selvaggia” che si trovava sul retro della casa. Il problema era il grosso fico che cresceva in cantina, vicino alla montagna di rifiuti, e che nei decenni era cresciuto così tanto da dover uscire dalla finestra per andare a cercare un po’ d’aria fresca lontano da quell’insopportabile disordine.

Come dicevo, vicino a questa casa ce n’erano altre. In particolare se ne trovavano una alla sua destra e due alla sua sinistra abitate dalla popolazione del luogo. In quella alla sua destra ci stava Gundu, un uomo con moglie e cinque figli, così amato dal vino da non esserne mai abbandonato, neanche per un giorno. In quelle a sinistra abitavano Pasqualina e Filippo che avevano un figlio che si chiamava Mario e Tunin e Teresa con i due figli, Beppe e Francesco. Poi, sparse sulle colline vicine, si trovavano altre cascine abitate da altri personaggi interessanti. Dico “si trovavano”, ma si trovano ancora solo che raccontare queste cose (avvenute decenni o millenni fa?) si sviluppa nella mia mente una sorta di effetto “C’era una volta” che mi provoca una sensazione di leggera commozione mista a divertita incredulità. Ovvero: sto parlando della mia vita o di quella di un altro? Sì perché il mondo di allora era veramente tanto, tanto diverso da quello odierno. Non migliore o peggiore, solo sorprendentemente diverso. Quaranta anni fa, questi luoghi non erano certo una meta turistica e nemmeno enogastronomica, erano semplicemente delle campagne, abbastanza popolate e intensamente vissute dalla gente del luogo, che vedevano l’approssimarsi del crepuscolo di una cultura antica, che aveva le sue radici nella notte dei tempi, una cultura che definirei umana con tutte le sue implicazioni, sia positive che negative. La gente del luogo parlava a fatica l’italiano, anche perché la televisione non era ancora entrata in quelle abitazioni, parlava invece un dialetto della lingua piemontese diverso da quello che si parla a Torino. Nessuno di costoro disponeva di un’auto, i più attrezzati potevano avere di un motorino 125cc. e gli aratri erano trainati dai buoi. Si trattava di un’economia agricola, poco o nulla servita dalla tecnologia, e fortemente micronizzata, tutta spezzettata, per via delle caratteristiche del territorio, in piccoli appezzamenti a conduzione quasi esclusivamente familiare.

Da bambino amavo frequentare i vecchi contadini accompagnandoli nei campi e nelle vigne. E questi uomini, pur nella loro grettezza, a me parevano di una saggezza infinita. Forse erano solo impegnati a delimitare e coltivare la loro terra per sopravvivere in condizioni che oggi sarebbero durissime anche per un contadino odierno, ma a me sembravano, in qualche modo, consapevoli dell’armonia con la quale erano legati alla terra e agli animali. Come il vecchio Tunin, per esempio: un uomo piccolo, magro e forte, con una tristezza dolce nello sguardo. D’estate, di pomeriggio, l’aia scoppiava di sole e di caldo ed io, dopo mangiato sonnecchiavo nella mia camera da letto al piano superiore, fresca per via delle vecchie pareti spesse quasi un metro. A un certo punto sentivo i suoi passi nell’aia. Usciva di casa e andava a sedersi su un ceppo all’ombra del fienile e iniziava a battere con un martello sulla lama della falce per affilarla. Lo faceva per una o due ore e invece di disturbare, quel suono legnoso e metallico insieme risultava ipnotico, facendo cadere addormentati come angioletti me , mia sorella e i miei cugini. Tunin parlava ai vitelli come se fossero stati dei bambini, e ai buoi che tiravano il suo carro come a dei compagni di lavoro. Sembrava un vecchio cowboy con la barba ispida. Teneva molto a un gattino a cui aveva messo intorno al collo un nastro blu con un campanellino. Un giorno giocammo con quel gattino fino a buttarlo giù dal balcone rompendogli una zampina, lui voleva ucciderci a bastonate. Ci costrinsero ad andare a chiedergli scusa. Eravamo terrorizzati, brandiva un vecchio bastone dalla cima delle scale di casa sua, fu come una visione mitologica. Dopo quella volta non feci più brutti scherzi agli animali, mai più.

Una volta ci avventurammo verso alcune zone inesplorate allontanandoci parecchio da casa. Il manipolo era costituito da me, mia sorella e i nostri due cugini. Dopo molto camminare, impediti dai cestini della merenda, giungemmo ai piedi di una collina bassa e coltivata a frutteto. Dietro il frutteto, al di là di un largo fosso, si trovava un campo arato con al centro una piccola costruzione di legno, una di quelle baracche che servono ai contadini per tenere gli attrezzi e per trovare un po’ di ombra quando il sole di luglio diventa esageratamente spietato. Decidemmo di attraversare il fosso e di affrontare la salita tra le enormi zolle chiare inaridite dal sole e raggiungere la baracca, che avrebbe potuto costituire un importante testa di ponte per successive esplorazioni. Conscio della mia posizione di capo e anziano del gruppo convinsi gli altri tre a superare la prova del passaggio sul piccolo corso d’acqua nel fosso, promettendo un aiuto concreto. Così mi posizionai con le gambe divaricate, con un piede su ognuno degli argini per aiutare i più piccoli a superare goffamente l’ostacolo. Una volta dall’altra parte cominciammo a salire faticosamente sotto il sole affondando fino al ginocchio nella terra arata per raggiungere la baracca. Una faticaccia bestiale giustificata solo dall’importanza della nostra missione, quella di prendere possesso del presidio. Nulla poteva farci presagire che proprio da lì sarebbe arrivato il pericolo.

Fu come un fulmine a ciel sereno. Da un’apertura nella piccola costruzione comparve un essere gigantesco, alto forse due metri. Brandiva un bastone nella mano destra con il quale batteva su una vecchia pentola che reggeva con la sinistra producendo un fragore spaventoso.  Capimmo subito di chi o cosa si trattasse (e sono sicuro che lo facemmo tutti e quattro, anche senza consultarci), senza ombra di dubbio ci eravamo imbattuti in uno di quei personaggi che non si vorrebbero mai e poi mai incontrare, né nella vita quotidiana, né nei sogni, né nelle fiabe. Ci trovavamo sicuramente al cospetto di un Orco.

Per un attimo la scenografia magistrale (il campo arato, la baracca, noi quattro, il fosso, il frutteto alle spalle, la collina, l’Orco, il bastone, la pentola) ci apparve al rallentatore, forse con lo scopo di rimanere impressa nelle nostre menti per molti decenni, immersa in un silenzio totale e innaturale. Quando le sinapsi, dopo pochi istanti, ripresero le loro normali funzioni ci accorgemmo che il fragore prodotto dal bastone contro la pentola era accompagnato dalla voce dell’Orco: “Assssasssssiniiiii!!!” gridava, “Assssassssiiiiniiii!!!” e lo ripeteva più volte, in continuazione, dando un’enfasi teatrale e drammatica al suono della sua voce. Immaginai subito che probabilmente l’Orco era furibondo perché quel campo arato doveva essere pieno di semi che, con ogni probabilità, ci aveva messo lui stesso. Qualcuno, che non eravamo noi, ma dentro di noi, organizzò rapidamente la fuga. Girammo tutti e quattro su noi stessi e cercammo di correre. I piedi affondavano nelle zolle arate rendendo la “corsa” lentissima e pastosa, come nei sogni, quando stai scappando e ogni passo diventa uno sforzo inenarrabile.

Fu quando raggiungemmo il fosso che entrai in contatto per la prima volta con la consapevolezza che ogni limite può essere superato da capacità nascoste che si manifestano di solito quando abbiamo le spalle al muro. Successe esattamente quando vidi mio cugino, alto meno di un metro e goffo come un fagiolo, in posa plastica a mezz’aria sopra il ruscello. L’aiuto di cui aveva avuto bisogno pochi minuti prima era diventato un obsoleto e lontano ricordo. Ora era interessato solo ed esclusivamente alla fuga, a qualunque costo. Ci sentimmo al sicuro solo quando fummo nuovamente nel giardino di casa. Da allora, ancora oggi che ho diversi decenni, tutte le volte che passeggio per la campagna cammino sul bordo dei campi arati, non si sa mai.

Un giorno comparve un tesoro. Non ne ricordo la provenienza. Ricordo solo che avevamo trovato da qualche parte un cofanetto antico, di quelli da pirata, con le borchie. L’avevamo riempito con diversi sassi dipinti d’oro e d’argento dando fondo a dei colori da modellismo di mio padre. Presto divenne l’oggetto di culto al centro delle nostre più maniacali attenzioni. Naturalmente i custodi di questa meraviglia eravamo io e il mio amico Mike (Michele in realtà, ma lo chiamavano così perché era nato in Australia, dove i suoi genitori erano emigrati nel vano tentativo di trovare maggior fortuna). Mike era un bambino di una simpatia, di un intelligenza, di una forza e di una saggezza non comuni e viveva con i genitori e le quattro sorelline in una miseria della quale io allora non riuscivo a rendermi bene conto. Nel periodo estivo di quattro mesi che trascorrevo in campagna eravamo inseparabili e credo che nemmeno lui si sia mai reso conto che io avevo dei giocattoli, mentre loro non avevano niente. Giocavamo e basta. Fu con lui che feci le prime risate, quelle serie, che ti fanno male gli addominali. Adesso Mike fa l’impresario edile.

Un estate quel tesoro era diventato il fulcro di tutte le nostre attività. Noi ne eravamo i padroni e né le bambine né quel fagotto di mio cugino piccolo potevano toccarlo. Era diventata un’ossessione. Lo seppellivamo qua e là e un giorno a fine estate lo nascondemmo così bene che nessuno ne seppe mai più nulla. Dove sia finito quel tesoro nessuno lo sa. L’ho cercato per anni. I primi tempi nel prato, poi tra le frasche. In seguito lo cercai nei sogni e nelle avventure e solo nei miei viaggi in giro per il mondo capii che solo altri bambini potevano saperne qualcosa, ma mai e poi mai mi avrebbero rivelato nulla. Sono tranquillo solo perché ora so che si trova senza dubbio al sicuro e nessuno potrà mai portarlo via. Qualora qualcuno dovesse poi rinvenirlo penserebbe che sono solo quattro sassi senza valore.

Ma l’apoteosi di quella vita era l’immersione totale in una natura che allora poteva ancora a pieno titolo considerarsi selvaggia. Non era l’Africa, ma i silenzi assolati e roventi tra i declivi incolti pieni di insetti e farfalle strane costruivano un mondo di cui si percepiva la provenienza arcaica e aliena. Credo che nessuno di noi avesse alcun dubbio di trovarsi esattamente al centro dell’universo e di essere eterno. Penetrare nei boschi era un rituale magico al quale sarebbe stato impossibile sottrarsi. Così come era un rituale appendersi alle liane dei boschi collinari e lanciarsi verso il vuoto, da una pianta all’altra. Eravamo dei, o forse folletti e fate. E anche se forse nessuno dei miei compagni e delle mie compagne di allora abbia un legame così maniacale con i ricordi e con l’eternità, credo che tutti abbiano racchiuso quelle sensazioni in uno scrigno interiore inespugnabile. Anche l’impresario, e anche mio cugino che adesso dirige un centro commerciale. L’orgasmo spirituale di quei giorni senza inizio né fine era seguito di solito dall’esperienza della Pace. Che non è, come si crede, l’assenza della guerra, ma la presenza dell’Amore. Questa esperienza iniziava al crepuscolo, dove in una luce chiara e immobile, il silenzio diventava, se possibile, ancora più intenso. Si potevano ascoltare delle voci dall’altra parte della vallata. Si poteva sentire il mugolare sommesso di un cane di chissà quale cascina. Si poteva percepire il fruscio delle fronde di un bosco a un chilometro di distanza. Gli insetti diurni andavano a nanna per lasciare il posto al canto di grilli antichissimi, mentre alcuni gatti cominciavano a gironzolare assonnati. Passeri, rondini e altri uccelli cedevano il passo a gufi e civette.

In alcuni istanti il silenzio totale.

Ed era nel silenzio totale che a un certo punto sentivamo lontano il Canto delle Madri. Erano le nostre mamme che dalla cascina ci chiamavano: La cena era pronta. Nient’altro che la cena pronta. Ma quel richiamo, in quella scenografia cosmica, ci sembrava un canto di richiamo alle origini. Il ricordarci che c’era la materia, la terra, la madre, la famiglia, l’Amore.

Era come se avessero cominciato a tirare e arrotolare i cordoni ombelicali con tutti noi attaccati a lasciarci trasportare di nuovo nel ventre, nel caldo….nella sicurezza, nell’eternità degli affetti.

Dopo la cena si giocava ancora nell’aia. Si faceva qualsiasi cosa, pur di continuare a vivere intensamente, a prolungare quella meraviglia. Si guardavano le stelle nel buio limpido e sembravano molte, molte di più di quante sarebbe stato ragionevole aspettarsene. Era così che iniziai a sentire un suono dal profondo, il Canto Antico……

C’erano altri personaggi divertenti come Natalino, un bambino che abitava in un gruppo di cascine vicine, sempre a piedi nudi e che sembrava uscito da un dipinto dell’800 piemontese. Nella casa adiacente alla nostra abitavano Pasqualina e Filippo. Pasqualina non era quella della torta, ma si chiamava così perché era nata a Pasqua. Indovinate un po’ quand’era nato Natalino. Pasqualina era per noi come una vecchia sciamana. Certo allora noi, io, mia sorella e i miei cugini, non sapevamo affatto cosa fossero gli sciamani, ma quando lo scoprimmo, molti anni più tardi, capimmo che quello che ci sembrava a volte essere quell’anziana signora era appunto una sciamana. Sì, perché faceva cose strane. Ad esempio quando cominciava a piovere e il tempo sembrava così minaccioso da grandinare o comunque da rovinare i raccolti accendeva una candela, poi dava fuoco a un ramo d’ulivo e lo gettava dal limitare della soglia di casa sua in mezzo all’aia. Talvolta venivano delle signore da altre vallate vicine perché avevano il figlio malato e lei andava nell’orto sul retro della casa a prendere un’erba curativa che solo lei aveva. Pasqualina e Teresa, l’altra vecchia, ci raccontavano poi strane storie su quel posto. Dovete sapere che gli agglomerati abitativi rurali del Piemonte, ma anche di altre zone di tutta Europa avevano una caratteristica oggi quasi del tutto perduta: all’ingresso dell’aia tra le abitazioni e le stalle si trovava una pozza d’acqua di una certa dimensione attorniata da alberi che, nella maggior parte dei casi, erano degli olmi. Le origini di questa tradizione si perdono nella notte dei tempi e i contadini sostenevano che l’acqua fosse lì per lavare gli attrezzi, ma sembra invece che lo scopo originario fosse rituale e la presenza della polla d’acqua forma di utero simbolica*. Sulla cima degli olmi a volte, molti, molti anni or sono, si vedevano ogni tanto due eteree figure di vecchie, forse due masche, che sferruzzando, chiacchieravano amabilmente aspettando l’imbrunire. Questo ci raccontavano le due vecchiette.

Filippo, il marito di Pasqualina, era uno dei personaggi più fortemente caratterizzati. Io lo ricordo come un gigante, anche se in realtà non era tanto alto. Sicuramente era piuttosto massiccio e se dovessi ricordare delle calzature ai suoi piedi direi che fossero grossi stivaloni. Apparentemente con noi bambini era uno dei meno affabili, sempre arrabbiato per qualcosa. O spargevamo la sabbia, o spaventavamo le galline, o facevamo troppo casino in generale. C’era sempre qualcosa che non andava e lui si arrabbiava. Dopo un po’ di tempo avevamo però capito chiaramente che non avrebbe mai potuto davvero costituire un pericolo per noi. Era dotato di una forza non comune. E la leggenda vuole che avesse estirpato da un prato un melo centenario, ormai troppo vecchio, con la sola forza delle braccia. Aveva anche dei momenti, non rari, di autentica poesia, che rasentavano il filosofico e, a volte, un mistico non-sense. Come quella volta, nel luglio del 1969, in cui gli comunicammo che due uomini erano sbarcati sulla luna e lui ci guardò con un’espressione che era un misto di incredulità e pietà nei nostri confronti. Poi scoppio a ridere, un po’ seccato di dover frequentare per forza persone con simili idee, incapaci di comprendere la reale natura della Luna, che serve a capire quando è ora di seminare o di procedere al raccolto.

La Luna per lui era una cosa da sentire, da guardare, da leggere, non da andarci sopra. Per lui la Luna era uno strumento di lavoro…Ma che? Stiamo scherzando?!

Ricordo che una volta, non so per quale ragione, fece un breve viaggio di piacere insieme alla sua consorte, Pasqualina, in quel di Venezia. Quando gli chiedemmo se gli fosse piaciuto si mostrò molto contrariato per il fatto che non c’era neanche un fazzoletto di terra per piantare due pomodori. Spesso il pomeriggio, dopo mangiato, prendeva un sacco di juta grezza e andava a sedersi sotto un nocciolo del suo prato vicino alla casa e io ogni tanto andavo lì a fargli visita. Mi sedevo vicino a lui ed era lì che diventava filosofo, raccontandomi un sacco di cose che mi sembravano interessantissime e intriganti. Ad esempio scoprii che dire grano non vuol dire nulla perché ne esistono centinaia di varietà. Scoprii che arare non è arare, ma è un’arte antichissima che, come ad esempio lo yoga, si esprime nelle posture del corpo e nel rapporto con la terra e l’animale che trascina lo strumento. Come pure gettare i semi non è gettare, ma eseguire movimenti con il braccio e con la mano, come i mudra indiani, che cambiano sempre a seconda del tipo di seme, del tipo di terra e dell’effetto che si vorrà ottenere. Parlava del vino come di una persona. Potrei dire, anche se lui non lo sapeva e se forse andava a messa solo perché nei paesi è una cosa che si deve fare, che parlava del vino veramente come se parlasse del “sangue di Cristo”.

Mi parevano cose affascinati e chi se ne frega se non sapeva nulla della Luna e di Venezia. Quell’uomo aveva un rapporto con la natura e con la terra che mi pareva sublime. Non faceva il contadino perché non aveva altre possibilità o perché il destino ce lo aveva messo. Faceva il contadino perché amava fare l’amore con la terra. O almeno questo è quello che mi sembra se ripenso alla sua figura.

Alcuni anni più tardi si presentò per lui l’ora della morte, come del resto si avvicinava o era già arrivata per molti altri vecchi della zona. Ma per lui non fu un incontro qualunque, fu un incontro un po’ speciale, sempre che possa essere speciale un incontro che è già speciale per chiunque. Si era in settembre e l’ora della vendemmia si avvicinava velocemente, prospettandosi anche un buon raccolto, visto che il tempo quell’anno era stato, bontà sua, amico. Filippo venne colpito dalla polmonite. E non erano per lui più gli anni del vigore in cui trattava i virus e i batteri come bruscolini. L’autunno era umido e la polmonite riuscì a piegarlo. Ma si avvicinava la vendemmia e tutti speravano che guarisse e lo sperava soprattutto lui per primo, perché non poteva permettere che altri facessero il suo lavoro visto che era un capofamiglia e con quel lavoro dava da mangiare a una moglie e un figlio.

Quasi tutti gli anni, com’è d’uso fare da quelle parti, anche noi davamo una mano a vendemmiare. È un’usanza antica di solidarietà che ha funzioni molto pratiche. Quando c’è un raccolto importante, di grano, di mais o di uva tutti gli abitanti di una zona andavano insieme a raccogliere nel campo o nella vigna di una delle famiglie e così via a turno fino a portare a termine il raccolto di ognuno. Avveniva anche per altri lavori agricoli come la trebbiatura o altre cose simili. Il proprietario del terreno in cambio offriva da mangiare e bere a tutta la comunità. Si passano così giornate e nottate magiche interminabili che ricordavano quanto fosse incredibile la sensazione di essere un uomo fra gli uomini e una donna tra le donne, quando l’uomo non conosceva la solitudine per mancanza d’amore, ma solo quella della meditazione e del totale abbandono alla natura.

Filippo non guariva. Anche il dottore gli aveva detto di non fare sciocchezze e di stare a letto. Mia madre intanto aveva organizzato una grande festa invitando decine e decine di amici da Torino per dare una mano agli altri a vendemmiare. Ma Filippo volle alzarsi lo stesso perché diceva di stare un pochino meglio anche se Pasqualina era preoccupata. La sera era di nuovo piegato. Il giorno dopo però voleva andare di nuovo nella vigna a raccogliere la sua uva, perché se c’è chi in campo ci vuole scendere, c’è anche chi sul campo ci vuole crepare, come fanno di solito i guerrieri. Così la polmonite si arrabbiò, perché non poteva permettere che un vecchio, soltanto un vecchio, potesse essere più forte di lei e pensò così di chiedere aiuto a una sua amica: la signora Morte.

Ma non era ancora la sua ora, la morte tardava ad arrivare e Filippo non se ne voleva andare dalla vigna. Così la polmonite lo obbligò a vendemmiare in ginocchio. Sì, proprio così, in ginocchio. Il vecchio non ce la faceva più a stare in piedi e, testone com’era, non voleva saperne di tornare in casa, ma voleva portare a termine il raccolto a qualunque costo. Così si spostava a fatica di un metro e vendemmiava, di un altro metro e continuava.

Intanto cominciavano ad arrivare gli amici da Torino e poi dalle abitazioni circostanti per dargli una mano e con essi finalmente arrivò, anche se molto discretamente, la morte. In un primo tempo lei si limitò a guardarlo, tra i filari delle viti e molto probabilmente lui non la vide, ma sicuramente sentì la sua presenza. Sentì che era arrivata e così si fece trasportare da due uomini fino a casa dove si sdraiò nel letto ad aspettarla. Una vecchia credenza racconta che la civetta va a posarsi e a cantare sul balcone o sul davanzale di una casa dove quella notte morirà qualcuno. È solo una credenza, ma quella notte io sentii (assicuro che non è un espediente letterario) cantare la civetta. Allora non ero più un bambino e la cosa non mi spaventò, ma mi colpì profondamente.

Il giorno dopo Filippo era morto e la sua casa e quelle intorno e le vigne erano piene di gente e in due giorni finimmo la vendemmia. Si fece una grande festa per celebrare Filippo e il Suo Vino, Filippo che era morto da guerriero testone in ginocchio davanti ai frutti del suo duro lavoro. Con la stessa semplicità da contadino con cui era sempre vissuto. Per me una semplicità da Maestro.

Note

*James Frazer – Il Ramo d’Oro – Boringhieri Editore

La galleria che segue illustra il tempio, ovviamente non di Filippo che non c’è più, ma del nostro amico Franco, sacerdote di-vino che non vuole essere fotografato. È un degno discendente di Filippo, un sopravvissuto che fa il vino e produce un nettare meraviglioso con uve Nebbiolo che non può chiamare Nebbiolo per non essere massacrato dalle imposte e che così può vendere a prezzi molto popolari. A chi lascerà la sapienza dei suoi rituali millenari? Ci piace pensare che non tutto sia perduto e che esista ancora la possibilità di riscatto per il popolo della bassa velocità e della profondità.

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