VIVISEZIONE, LAV: LE RAGIONI DEL NO

© LAV marzo 2012 – http://www.lav.it

L’86,3% degli italiani è contrario alla vivisezione secondo il Rapporto Eurispes 2012, eppure in tanti continuano a pensare che la sperimentazione animale sia una pratica orribile ma utile. In realtà, le evidenze che mostrano la crudeltà e l’insensatezza della sperimentazione animale sono copiose ed eclatanti. La vivisezione è un business che rallenta la ricerca e sperpera soldi a spese della salute dei pazienti.

Basti pensare che il numero dei lobbisti farmaceutici supera quello dei ricercatori e la quota economica investita per operazioni di marketing e comunicazione è maggiore di quella versata per la ricerca; considerazioni che fanno ben comprendere come la salute della gente non sia il bene primario, ma un campo in cui investire per rendere dipendenti da farmaci e composti chimici intere popolazioni invece di sostenere campagne di prevenzione e informazione.

Inaffidabilità del modello animale ed effetti avversi dei farmaci

Le altre specie non possono essere da modello per l’uomo, a causa delle differenze genetiche, fisiologiche, anatomiche, risposta immunitaria e comportamentale: un’ovvietà che chiunque guardi un bambino e un ratto ha ben presente, ma che fatica ad essere visibile per i molti ricercatori che credono nell’utilità della sperimentazione. Ma anche volendo dargli ragione, per assurdo, solo un attimo, sarebbe morale far testare a cavie umane sostanze non sicure che possono dare gravi effetti avversi precedentemente non diagnosticabili sugli animali? Effetti avversi, purtroppo, comuni come dimostrano le stime pubblicate dall’Ufficio dei consumatori nell’Ue (Beuc): “sono circa 197mila gli europei che muoiono ogni anno a causa di reazioni indesiderate dei farmaci, ossia la quinta causa di morte negli ospedali”.

La sperimentazione tra diverse specie è uguale qualitativamente, cioè agisce sullo stesso tessuto o bersaglio ma non lo è quantitativamente, quindi le dosi sono totalmente diverse anche intra-specie, infatti differiscono tra adulto e bambino e addirittura tra donna e uomo. In ambito pediatrico, le dosi per i bambini non sono sufficientemente controllate e su questo vige un omertoso silenzio che fa sopravvivere lo stereotipo che la vivisezione sia necessaria. E’ noto che il 90% dei farmaci non supera le prove cliniche (test su volontari), mostrando effetti avversi che sulle prove precliniche (su animali) non erano stati rilevati.

Però a volte sfuggono notizie allarmanti che fanno capire quali scandali tutelino le lobby vivisettorie; in Argentina, infatti, la giustizia ha confermato di aver imposto una multa di un milione di pesos (circa 180.000 euro) al laboratorio USA Glaxo Smith Kline (GSK) e a due suoi medici per gli esperimenti clinici effettuati  tra il 2007 ed il 2008, in tre città del nord ovest del Paese dove facevano esperimenti sui neonati di famiglie povere. Test che sono costati la vita a 14 piccoli. Secondo “La Nacion”, inoltre, la Administración Nacional de Alimentos, Medicamentos y tecnología (Anmat), che dipende dal Ministero della Salute della Nazione, all’epoca dei decessi dichiarò l’esistenza di irregolarità durante la sperimentazione del vaccino sui neonati, come  la mancanza di documentazione di cartelle cliniche per la somministrazione di farmaci, la violazione dei controlli di sicurezza e alcune irregolarità nelle autorizzazioni per i bambini.

Vengono costantemente ritirati farmaci dal commercio, come nel caso del Nopron, sciroppo pediatrico usato come antistaminico, accusato di effetti dannosi per la salute dei bambini.

Oltre a casi di morte e malattie invalidanti esistono numerosi effetti collaterali come capogiri, emicrania, spossatezza,nausea che l’animale non può comunicare e nonostante questo, si procede con la sperimentazione clinica.

“Una vera e propria strage, con 40mila vittime l’anno, provocata dalle reazioni avverse ai farmaci (Adverse Drugs Reactions, ADRs), le cui principali vittime sono gli anziani, maggiori fruitori di terapie farmacologiche” come denuncia il centro studi Sic ‘Sanità in cifre’ di FederAnziani, sulla base di 95 studi pubblicati negli USA e dopo aver comparato i numeri americani, sia demografici che economici, con la popolazione e i costi sanitari italiani. Le reazioni avverse, secondo l’analisi fornita dal Sic, “costano un surplus di 1.752.000 giornate di degenza, di 3,4 mln di visite in pronto soccorso, e lo stratosferico numero di 23 milioni di prestazioni medico-sanitarie non necessarie, oltre a 630.000 giorni di prolungamento del tempo di degenza che potevano essere evitati. Un fenomeno che porta, sempre secondo il rapporto demografia e costi tra Italia e America, ad una stima di 10 miliardi di euro di costo in più alla collettività”.

Per l’Italia il quadro non è più rassicurante, infatti, nel 2009 il numero totale di reazioni avverse agli antibiotici è stato pari a 1643, contro le 1303 del 2008; secondo le stime riportate dall’Ufficio dei consumatori nell’Ue (Beuc), “sono circa 197mila gli europei che muoiono ogni anno a causa di reazioni indesiderate dei farmaci; ossia la quinta causa di morte negli ospedali”.

Chi ha interesse a farci ammalare

Le speculazioni sono così alte che è interesse non farci guarire, ma farci ammalare. Se diventassimo un popolo sano, culturalmente conscio di una corretta alimentazione e stile di vita, chi veicola gli interessi sulla sperimentazione animale perderebbe il loro maggior cliente.

Basti pensare all’aumento dell’incidenza di diabete che nel nostro Paese affligge oltre 3,5 milioni di persone, una malattia che nella maggior parte dei casi è dovuta a sovraccarichi nutrizionali di prodotti  raffinati e industriali e/o mancanza di attività fisica. Questa “epidemia” costa al nostro Servizio sanitario nazionale circa 10 miliardi di euro l’anno: il 7% della spesa è dato dai farmaci, mentre il resto è costituito dalla spesa per i ricoveri ospedalieri (68%) e per il trattamento delle complicanze (25%). Sulla stessa linea le statistiche legate all’obesità: secondo un recente studio condotto dalla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, gli adulti italiani obesi ammontano a poco meno di 5 milioni (il 10% della popolazione), per un costo sociale annuo pari a 8,3 miliardi di euro (circa il 6,7% della spesa pubblica). Un costo destinato a lievitare, perché nel 2025 il tasso di obesità potrebbe salire addirittura al 43%, che tradotto in “teste” significa 20 milioni di italiani. In un mondo che si lamenta di mancanza di fondi per la ricerca forse sarebbe più utile investire in campagne di informazione per la salute dei cittadini ed eliminare queste onerose spese salvando e migliorando la vita di milioni di persone. Invece, gli studi sull’obesità che cercano di trovare formulazioni magiche contro il grasso, condotte su topi e ratti, sono all’ordine del giorno.

Numerosi fattori influenzano la risposta individuale ai farmaci

Le terapie farmacologiche non hanno gli stessi effetti terapeutici sui pazienti: se si somministra un principio attivo ad un gruppo omogeneo di persone con la stessa diagnosi, la risposta è variabile; ciò è dovuto alla risposta individuale che dipende da vari fattori come età, sesso, peso, stile di vita, malattie ed esposizione ai farmaci: principio che sta alla base della farmacogenetica. Il farmaco è una sostanza estranea nell’organismo che viene eliminata a seguito di modificazioni di enzimi che sono il prodotto diretto dei geni; una differenza genetica tra due individui della stessa specie è in grado di far variare la quantità o la funzionalità di questi enzimi nella reazione a cascata che scatena il farmaco, influenzando, di conseguenza, la sua efficacia e funzionalità. Tali considerazioni rendono, ancora più evidente, come utilizzare un modello sperimentale basato su cani, scimmie o addirittura topi, porti solo a dati inconsistenti e inutilizzabili.

Basti pensare che un recente studio della Standford University rivela che le donne soffrono circa il 20 per cento in più rispetto agli uomini, situazione connessa al ruolo degli ormoni e che i medicinali attualmente in uso sono testati su animali maschi (in un rapporto di 4 a 1 con le femmine).

Noi, cavie inconsapevoli

Ma chi paga le conseguenze di questo processo malato? Sicuramente gli animali, ma anche gli uomini che diventano cavie inconsapevoli. La fascia di popolazione più povera si offre per sperimentare i nuovi farmaci in fase1 (la più pericolosa) dietro compenso; le industrie farmaceutiche pagano i volontari per sottoporsi alla somministrazione di nuovi composti, creando un mercato di persone in difficoltà economiche che mettono a repentaglio la loro vita sottoponendosi a molecole pericolose testate precedentemente solo su animali i cui affetti avversi sull’uomo non sono stati diagnosticati e le modalità di reclutamento sono tutt’altro che trasparenti. I volontari, spesso immigrati e studenti, dovrebbero essere informati sui rischi legati al test, ma i moduli che devono compilare contengono termini tecnici e giuridici di difficile comprensione, lasciando il volontario all’oscuro dei rischi legati alla sperimentazione. A conferma del trend in atto, dal 1995 al 2005 è raddoppiato il numero di trial clinici svolti all’estero, infatti le più importanti case farmaceutiche statunitensi stanno spostando i trial clinici nei Paesi in via di sviluppo, in primis nell’Europa dell’Est e in Asia perché più economici con un risparmio di almeno il 50%.

Non esiste una buona sperimentazione animale, le cavie nei laboratori subiscono violenze fisiche e psicologiche dal momento in cui nascono a quello in cui muoiono, trattati come oggetti vivono la loro breve esistenza nel terrore, tra dolore, sofferenza e agonia: vendere questo orrore come evoluzione della ricerca è immorale e totalmente fuorviante.

Tra le sperimentazioni più invasive recentemente autorizzate in Italia ricordiamo: investigazioni nel cervello di scimmie per studiare il movimento degli arti, valutazioni elettrofisiologiche per indagini psichiatriche e rigenerazioni dei nervi senza anestesia, studi su sostanze d’abuso e xenotrapianti tra maiali e scimmie utilizzati come bacini di organi. Sperimentazioni che non hanno prodotto alcun avanzamento per la ricerca, ma rappresentano solo costi per la nazione e morte per le centinaia di migliaia di animali uccisi ogni anno.

Tante differenze tra umani e non umani

Esistono differenze microscopiche dei processi metabolici e anche differenze macroscopiche fra uomini e animali. Alcune delle differenze macroscopiche più note sono: a differenza dell’uomo, i roditori non sono in grado di vomitare le tossine; l’uomo può accumulare agenti nocivi dal naso e dalla bocca mentre i roditori respirano solo dal naso; ratti, topi e criceti sintetizzano la Vitamina C all’interno del loro corpo ottenendo così naturalmente un potente agente anticancerogeno mentre l’uomo non è in grado di farlo; i ratti hanno una elevata capacità enzimatica di non accumulare massa grassa (che in loro si accumula nel fegato) a differenza dell’uomo nel quale si accumula nelle arterie, diventando una potenziale causa di patologie; i ratti vivono solo 2-3 anni; un’altra differenza è che i ratti femmina hanno una salute migliore se possono continuamente restare gravide; inoltre è diverso l’assorbimento del ferro nelle diverse specie.

Test di tossicità

Il fatto che i test sugli animali siano obbligatori, permette di dire, a chi vuole che essi continuino, che gli studi sugli animali hanno giocato un ruolo in ogni scoperta degli ultimi decenni. In realtà le cose stanno diversamente: è vero che gli animali figurano nelle scoperte, ma solo perché gli animali da laboratorio sono ovunque; le scoperte certamente non facevano affidamento su di loro.

Da quando divenne obbligatorio per legge fornire i dati sulla tossicità di tutte le sostanze chimiche e farmaceutiche prima della loro immissione sul mercato, venne usato come standard un test chiamato “LD50″. LD50 sta per Lethal Dose Fifty Percent. Dosi crescenti di sostanza chimica o farmaco sono somministrate agli animali, di solito cani e ratti, fino a quando il 50 percento dei soggetti non muore. Quel dosaggio è designato LD50.

Di tutti i test di tossicità, l’LD50 è il più assurdo, perché i ratti, i cani e gli esseri umani, non possono reagire allo stesso modo alle sostanze chimiche e farmaceutiche. Nel corso degli ultimi quarant’anni, molti dei farmaci che furono testati e approvati con il test LD50, ebbero sull’uomo effetti drasticamente diversi.

Nel 1987, in un’udienza congressuale sull’argomento, eminenti tossicologi affermarono che l’LD50 non è una costante biologica. Nonostante questo, l’LD50 continua a essere usato, anche se recentemente il modo di procedere è stato revisionato in modo da richiedere un numero minore di animali (senza cambiarne, però, la sostanza). Questo genere di test offre alle grandi società la possibilità di difendersi in caso di danni alla salute causati dai loro prodotti, potendo sostenere di aver eseguito i dovuti esperimenti sugli animali. Inoltre, scegliendo opporturnamente la specie animale, si potrà dimostrare un risultato o il suo contrario a seconda di quanto fa comodo al committente”.

Metodi sostitutivi, validazione e implementazione

Non esiste una sola pubblicazione che dimostri che i modelli animali poggiano su criteri scientifici. I metodi sostitutivi la vivisezione devono essere  sottoposti ad un processo di validazione, ossia di dimostrazione della loro validità scientifica, mentre i modelli animali non sono mai stati validati. Se infatti i modelli animali venissero validati, gli antivivisezionisti scientifici non avrebbero più argomenti e quindi i primi a chiederne la validazione dovrebbero essere i vivisettori stessi.

Sul totale della ricerca condotta a scopo biomedico in Italia, nel 30% dei casi si tratta di ricerca eseguita su animali, mentre la restante parte viene condotta ricorrendo ad altri metodi: osservazione dei malati, studi clinici come la diagnosi prenatale (esame dell’albero genealogico dei genitori del nascituro;  esame dei villi coriali e del liquido amniotico, etc), studi epidemiologici (ovvero lo studio dello stile di vita in relazione allo sviluppo di malattie, ha consentito di individuare la causa di molte patologie, es. alcuni tipi di cancro) modelli informatici (es.reti neurali), ricerca su cellule e tessuti coltivati in vitro, organi bioartificiali. Esistono centinaia di metodi alternativi di grande efficacia.

Le stesse multinazionali del farmaco ammettono che il futuro è quello della personalizzazione dei farmaci, dato che la diversità genetica tra individui provoca risposte diverse a stessi farmaci (figurarsi tra animali e uomo!). Ecco allora il crescente interesse verso la farmacogenomica e la tossicogenomica, dove si usano DNA-chip, vetrini contenenti migliaia di filamenti di DNA e si indaga su quali punti del DNA il farmaco svolge la sua azione. Immaginate dunque quanto possa essere fallimentare trasferire un determinato risultato di un test da un animale all’uomo.

I metodi alternativi, dunque, sono già una realtà ma vanno implementati investendo in questo strategico campo della ricerca.

Sebbene teoricamente già possibile, la completa sostituzione degli animali nella sperimentazione è impedita da alcuni fattori di ordine giuridico, culturale e logistico. Giuridico, per le richieste normative internazionali che prevedono obbligatoriamente i test su animali; culturale per via dell’uso di animali a scopo didattico in ambito universitario che educa i futuri ricercatori all’utilizzo di animali; logistico per l’esistenza di strutture dedicate all’utilizzo di animali: stabulari, allevamenti, macchinari per test, etc.

L’ambito didattico è probabilmente quello in cui c’è maggiore disponibilità di metodi sostitutivi agli animali, che però continuano ad essere impiegati, con evidenti responsabilità nella formazione scientifica ed etica dei futuri ricercatori. Studenti e ricercatori possono però ricorrere al diritto dell’obiezione di coscienza ad esercitare attività connesse alla sperimentazione animale, sancita dalla legge 413/1993 ottenuta grazie ad una storica battaglia della LAV.

Vivisezione in cifre

In grave aumento i dati più recenti legati alla sperimentazione animale in Italia, relativi al biennio 2008-2009, analizzati dalla LAV sulla base delle informazioni ottenute nuovamente dal Ministero della Salute grazie a una sentenza del TAR che ha cancellato il segreto su questo tema. I dati più allarmanti,riguardano i seguenti aspetti:

  • le autorizzazioni per gli esperimenti “in deroga” – ovvero l’impiego di cani, gatti e primati non umani, l’utilizzo a fini didattici o il non ricorso ad anestesia – sono aumentate da una media di 141 per il biennio del 2007-2009 a 204 per il 2008-2009: numeri quasi raddoppiati per procedure che invece, per legge (Decreto Legislativo 116/92), dovrebbero rappresentare l’eccezione in quanto regolamentate in modo restrittivo. Nell’anno 2000 erano 98.
  • Nel merito dei test “in deroga” autorizzati dal Ministero della Salute nel biennio 2008-2009, continuano a essere svolti anacronistici e fallimentari studi relativi all’uso di droghe, alcol e fumo che tolgono fondi per ricerche incruente e a indispensabili campagne d’informazione sulla prevenzione.
  • Le sperimentazioni senza ricorso ad anestesia sono le più dolorose per gli animali, eppure nel 2008-2009 sono state effettuate ben 350 procedure senza il ricorso ad alcuna forma di lenizione: esperimenti che hanno inflitto agli animali intensi e prolungati livelli di dolore.
  • Le regioni con il maggior numero di procedure autorizzate rimangono: Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Veneto.
  • Sono 11 i nuovi stabilimenti utilizzatori autorizzati dal Ministero della Salute nel 2008-2009 a fare ricerca su animali, per un totale che arriva a ben 600 stabulari.
  • Sensibile aumento dell’uso sperimentale di alcune specie nel triennio 2007-2009 rispetto al 2004-2006, in particolare: suini, caprini, scimmie (Ceboidea, Cercopithoidea), uccelli, rettili, pesci e altri mammiferi.

2007-2009                                          2004-2006 (Italia)

 

Suini                                                                    9433                                                     8097

Caprini                                                                116                                                        56

Scimmie Ceboidea                                        90                                                          59

Scimmie Cercopithoidea                            1190                                                     1089

Uccelli                                                              97248                                                   90493

Rettili                                                                  1079                                                     831

Pesci                                                               59881                                                   45418

Altri mammiferi                                             568                                                        118

I nuovi dati 2008-2009 contraddicono l’andamento lievemente decrescente del numero di animali utilizzati negli ultimi dieci anni nei laboratori nazionali, che comunque supera la spaventosa cifra di circa 800 mila animali all’anno, e sono in contrasto tanto con l’impegno delle Istituzioni verso una politica di tutela degli animali quanto con l’opinione pubblica sempre più contraria alla sperimentazione su di essi.

Anche nell’Unione Europea il numero degli animali utilizzati e soppressi nei laboratori non tende a diminuire, anzi raggiunge la stratosferica cifra di 12 milioni di animali, con incrementi del 50% di tali sperimentazioni, in alcuni Paesi. Un triste primato che vede in testa Francia, Inghilterra e Germania.

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