Patrimonio dell’Umanità

Mi sono imbattuto in questa immagine in Facebook tempo fa, proprio mentre stavo facendo ulteriori riflessioni sul tema e stavo accingendomi a scriverne.

Sono oltre dieci anni che, in sempre maggior misura, mi impegno in attività sociali. Non lo faccio perché sono buono, l’ho già detto, ma perché sono furbo, lo faccio soprattutto per me. È molto di più quel che si prende che quel che si da. Il mondo delle favelas, degli slum, persino della galera, è povero di soldi, ma enormemente ricco di umanità. La miseria è devastante e va assolutamente combattuta. Purtroppo, con la scusa della necessità dello sviluppo, il capitalismo e il consumismo si infilano negli interstizi lasciati dal disagio della miseria, non per migliorare la qualità della vita, bensì per creare nuovi consumatori ignari. Persone che a milioni affollano slum di ogni tipo in tutto il mondo sono visti da alcuni economisti e tecnici vari come un’enorme potenzialità di consumo. Secondo questa visione miope lo “sviluppo” non è altro che l’aumento delle capacità di acquisto di cianfrusaglie o comunque beni che non necessariamente migliorano la qualità della vita. Sarebbero invece importantissime la cultura e l’educazione spirituale e alla bellezza della vita. Cosa che, tra l’altro, sarebbero ben più in grado di fare modeste comunità ritenute erroneamente “barbare”, che non comunità industriali, ormai completamente scollate dal sostrato popolare. Ho avuto la fortuna di vivere gli ultimi decenni del ‘900 sperimentando le ultime propaggini di un mondo che sta scomparendo. Le cose cambiano e senza dubbio devono cambiare, ma la direzione presa dal cambiamento non è affatto verso la qualità della vita. Senza dubbio è necessario disporre di ragionevoli quantità di denaro per realizzare cose belle. Ma ho avuto modo di osservare come esagerati accumuli di capitale siano addirittura cancerogeni e inducano senza dubbio alla depressione. Mentre frequentando ambienti modesti che, come ho già detto, aiutano molto di più me di quanto io aiuti loro, ogni giorno vivo a un livello emozionale elevatissimo. Solo grandi artisti sono in grado di descrivere la profonda umanità che comportamenti, abitudini, persino sguardi, trasmettono milioni di persone che sono povere di soldi, ma ricchissime di sentimenti, emozioni e, soprattutto, empatia.  Uno come Garcia Marques, per esempio, per descrivere la magia di certe comunità sudamericane, dovette inventare Macondo, un luogo inesistente, ma solo sulle carte geografiche, poiché assolutamente esiste nelle profondità di tutti noi. A differenza di quello che vogliono far credere a chi vive nei grandi centri il mondo è pieno di gente che non ha nessuna intenzione di emigrare, nessuna intenzione di possedere di più, nessuna intenzione di rinunciare ai tesori di cui è perfettamente consapevole di beneficiare. Sarebbe troppo facile attaccare chi, come me, dallo scranno del suo relativo benessere, parli della povertà come dell’aurea soluzione a tutti i mali. (Benessere, il mio, francamente molto relativo sul piano economico, ma meglio fare attenzione essendo pieno di avvoltoi pronti ad attaccare al minimo passo falso, e io sono furbo, l’ho già detto). Per tale ragione mi limiterò, in questa occasione e in altre future, a riportare esperienze di altri o a descrivere situazioni di amici che sono capaci veramente di vivere in povertà, perfettamente consapevoli del tesoro a cui hanno accesso. Un attivista per i diritti umani india, che sta lottando contro la costruzione della devastante diga di Belo Monte in Brasile, sostiene che, a differenza di quanto dichiarano le multinazionali che si arrogano il diritto di spiegare cosa sia e cosa non sia il benessere, gli indios della valle dello Xingù non vivono nella miseria, ma nella povertà. E non hanno alcuna intenzione di cambiare il loro sistema di vita, aureo sul piano umano e spirituale, anche se pieno di difficoltà. Avrò modo in futuro di pubblicare una sua intervista. Ora invece voglio raccontare di un’esperienza personale talmente profonda da indurmi a costruire, insieme alla mia compagna e con l’aiuto di Amarildo e altri amici del Maranhao, una capanna di legno e paglia per starci più tempo possibile in futuro.

Maree

Ci trovavamo nel nord-est del Brasile in un posto ai confini del mondo, tra sconfinate foreste di palme e spiagge incontaminate, dove tutto, la pesca, gli spostamenti, l’umore, dipende dalle maree. Ciondolavamo sulle amache che Amarildo aveva collocato per noi nella veranda della sua baracca, dopo aver gustato i gamberi e il pesce da lui pescati e cucinati sul suo fornello di terracotta. Amarildo, poco più di quarant’anni, era stato investigatore in un corpo di polizia militare. “All’inizio ci credevo – mi raccontava – poi ho capito che non era possibile fare quel lavoro seriamente senza essere umiliato, trattato come uno schiavo e rischiare anche la pelle, in un ambiente quasi del tutto corrotto”. Così aveva mollato tutto ed era andato a vivere in una baracca, che si era fatto costruire su quella spiaggia sperduta, con legno e terra battuta e con il tetto fatto di foglie di palma da cocco. Vive lì da solo, senza possedere niente di più che un paio di bermuda e una maglietta, tre amache, un frigo e un po’ di pentole con le quali il sabato e la domenica fa da mangiare ai numerosi clienti e amici provenienti dai villaggi vicini che affollano la sua veranda. È il suo lavoro, vive di quello. Il bene più prezioso che ha è una radio con lettore CD. Oltre alla musica del nordeste ama enormemente il paradiso nel quale si trova e dove ogni tanto ci porta a fare qualche escursione a piedi, tra alberi bruciati dalla salsedine, innumerevoli uccelli dal piumaggio straordinario, foreste e lagune. Aveva preferito scegliere quella vita povera, fatta di pesca e di un po’ di ristorazione, che non un lavoro da schiavo nel trambusto di una città.

Stavo fissando l’orizzonte e riflettendo sulla mia ricerca di libertà e sulla libertà. A un certo punto pensai che avrei potuto fare un’indagine tra amici, sconosciuti e personaggi famosi e per cominciare gli chiesi: “Amarildo, che cos’è per te la libertà?” E lui, senza esitazione: “È la vita che sto vivendo”.

Patrimonio dell’umanità

“Le persone comuni saranno i sovrani del XXI secolo” – a parlare, anzi a scrivere, è Daisaku Ikeda, un maestro buddista contemporaneo. Personalmente ho passato buona parte degli ultimi venti anni a fotografare persone comuni. Nell’ambiente del fotoreportage e della comunicazione si suole dire che sono “foto che non hanno mercato”. In realtà ce l’hanno, ma molto ristretto. Nonostante questo chi ama fotografare le persone non riesce a farne a meno. D’altra parte grandi fotografi, come Nan Goldin, per citarne una, hanno costruito il proprio linguaggio facendo esattamente questo, fotografando la vita quotidiana di persone che stavano loro intorno, con rispetto e ammirazione, chiunque fossero. La maggior parte delle persone comuni del pianeta vive in slum o comunque in condizioni di povertà economica o molto più semplicemente senza fare troppo rumore. Questa povertà economica (o questa assenza dalla ribalta), lo ripeto, senza dubbio non corrisponde affatto a povertà umana o spirituale, anzi. Alberto Moravia chiamava queste persone “i vinti della vita”. A mio modo di vedere, con tutto il rispetto per il maestro, solo una concezione della vita strettamente materialista può indurre a vedere le cose in questo modo. In realtà il popolo, nonostante tutto, nonostante qualsiasi difficoltà comportamentale e di relazione, qualsiasi intemperanza, è portatore di un’etica e un’estetica che gli uomini al potere nemmeno si sognano. Roberto Benigni disse una volta “i politici mi fanno senso…non riuscirei a toccarli, nemmeno con una canna da pesca…”. Già. Mentre al contrario l’estetica della gente comune, la quale mi attrae enormemente, è la prova vivente della loro vittoria in profondità. Si tratta di una vittoria che forse non sarà sul piano del potere e su quello finanziario,  ma su quello etico e del valore intrinseco della vita sì. Le persone comuni forse non decideranno le guerre, ma nessuno ci autorizza a credere che non possano decidere la pace. Anzi di solito sono proprio i popoli ad essere per la pace, mentre i governi dichiarano le guerre, tanto le spese non le fanno loro. Le persone comuni sono i custodi della “bellezza che salverà il mondo” di cui parlava l’Idiota di Dostojevskij. Le persone comuni sono i sovrani della terra. Sarebbe molto meglio e, incredibilmente, molto più semplice, anziché occuparsi di fatturati e posizioni, dedicare tempo alle persone, alla spiritualità e alla compassione. Quest’ultima, contrariamente a quanto comunemente si crede, non ha nulla a che vedere con la pietà, la carità e la commiserazione. Si tratta invece di con-divisione della passione, quella per la vita. Condivisione della lotta come del divertimento. La fotografia sociale, così si dice, in passato è stata accusata di essere un vezzo, un gingillo da intellettuali borghesi, da Flâneur, come diceva Baudelaire. Io non lo so, agisco solo d’istinto e con il massimo rispetto. Per me fotografare è una maniera, un tentativo di entrare in relazione con la gente che incontro per le strade del mondo. Il grande fotografo Andreas Feininger sosteneva che il secondo obbiettivo che un fotografo acquista dovrebbe essere un tele e non un grandangolo, per scendere nei particolari. Ma c’è un’altra possibilità. Ve lo ricordate il film Leon, dove un simpatico killer spiega a una bambina che il fucile è lo strumento dei dilettanti? Il vero killer usa il coltello. Credo che nella fotografia sia la stessa cosa, anche se in questo caso non viene affatto data la morte, bensì viene data vita a un dialogo. Il vero fotoreporter usa un grandangolo, magari anche spinto come fa il grande Francesco Cito, e si avvicina il più possibile ai suoi soggetti. Le immagini che amo sono di solito realizzate da distanza ravvicinata, sono un corpo a corpo di sguardi che raccontano la ricerca di pace, di contatto, il desiderio di comunicare e di esistere, a qualunque costo e nonostante tutto. Per me fotografare persone ed esporne il ritratto è un rituale per valorizzare la loro essenza intrinseca e profonda. Magari ci fosse anche un mercato, ma se poi non c’è non importa. È una maniera per dare voce e visibilità a chi troppo spesso vive nel silenzio e nell’intimità, non solo perché privo di mezzi, ma altrettanto spesso poiché già troppo appagato dal semplice fatto di esistere. Al contrario di chi cerca possesso e potere, nient’altro che vampiri disperati, sempre alla ricerca di qualcosa che riempia i loro abissali vuoti interiori. Incredibilmente passa spesso sotto silenzio la gioia di vivere di chi non possiede troppe ricchezze materiali. Ma il punto è che “il male vince là dove il bene sta in silenzio” – è sempre Ikeda a parlare. Quindi i volti delle persone comuni alla ricerca del valore vanno esaltati come voci del bene essi stessi, come espressioni della diversità che combatte contro l’omologazione di parte della cultura odierna. Nei volti e nei gesti umani c’è come la consapevolezza che il  valore della vita risiede nella consapevolezza stessa. E c’è la determinazione a far sì che la vittoria non debba essere sempre solo quella del potere e dell’avere, ma quella dell’abbandonarsi al semplice essere e al sognare. Poiché non c’è niente da dire, niente da fare, niente da manipolare, c’è solo da percepire, solo da contemplare. Sono sguardi che dimostrano come il vero patrimonio dell’umanità non siano solo le meraviglie della natura e le sublimi architetture che questa stessa umanità è stata in grado di produrre, ma l’umanità stessa. Tranquilli, non tutto è perduto.

Le immagini seguenti, che sono piccola parte di una sterminata collezione, sulla quale stiamo lavorando per mostre e pubblicazioni, sono di Mauro Villone, Lidia Urani e dei bambini della favela di Vila Canoas (RJ), del campo nomadi del Lungo Dora a Torino e delle scuole torinesi multiculturali di Porta Palazzo. Ritraggono amici e sconosciuti, quasi sempre poveri di soldi, ma sempre ricchi di umanità ed empatia.

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9 thoughts on “Patrimonio dell’Umanità

  1. La verità lampante, evidente, semplice delle tue parole mi toccano in profondo. Hai detto egregiamente quello che il mio cuore sente e non ha mai saputo esprimere. Ti ringrazio,
    Fausta

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